AUTORE: Wayétu Moore traduzione di: Tiziana Lo Porto
EDITORE: E/O Edizioni
PAGINE: 288
PREZZO: € 18
GENERE: letteratura liberiana
LUOGHI VISITATI: Liberia e USA
I draghi, il gigante e le donne racconta della guerra civile
in Liberia agli inizi degli anni ’90 e lo fa attraverso gli occhi di una
bambina di cinque anni, Tutu.
“[…] Ma il principe diventò egli stesso un drago. Un drago dai denti asimmetrici, i gomiti dotati di artigli e occhi sottili come carta. […] E adesso Hawa Undu era presidente della Liberia, lui che un tempo era stato un principe di buone intenzioni. Nonna diceva che tutti parlavano di lui perché c’era un altro principe che voleva andare nella foresta a uccidere Hawa Undu e riportare la pace. Questo principe si chiamava Charles, come mio nonno. Alcuni pensavano che avesse le carte in regola per farcela, che sarebbe riuscito a uccidere Hawa Undu e mettere fine alla maledizione della foresta e dei principi spiriti che vi danzavano dentro, ma altri affermavano che sarebbe finita allo stesso modo, che nessun principe sarebbe riuscito ad andare nella foresta e mantenere le promesse fatte. Il bosco accecava e confondeva. Hawa Undu non sarebbe mai morto.”
La narrazione si può suddividere in tre macro aree: la
guerra civile, la vita in America e il ritorno.
Nella prima parte ci viene raccontata la guerra civile in
Liberia vista però attraverso gli occhi di una bambina. La narrazione ha molto
del favolistico, un mix tra quello che la bambina vede, sente dagli adulti, la
sua fantasia e le favole che conosce. Così ad esempio le fazioni in
combattimento sono i draghi, il presidente della Liberia un Hawa Undu un drago
cattivo. Fondamentale è l’attenzione con cui la famiglia cerca di proteggere la
piccola Tutu, non solo fuggendo ma ammantando il tutto, cercando di nascondere
la realtà o meglio dando un significato diverso, edulcorato così i morti che
incontrano per strada sono persone molto stanche che si stanno riposando oppure
gli spari sono rumori di tamburi.
“Altre volte mi portava a cavalluccio mentre camminavamo. Lì dove ero seduta la brezza era più calma, ma è da lì che ho visto la gente sdraiata sulla strada.
«Perché sono tutti sdraiati per terra?» ho chiesto a papà.
«Dormono» a detto lui. «Noi adesso non possiamo dormire perché dobbiamo andare da Mam».”
Nella seconda parte viene narrata l’esperienza americana,
poiché Tutu e la sua famiglia si trasferiscono in America, dove già viveva Mam
che stava studiando grazie ad una borsa di studio. E sarà in America che Tutu e
le sorelle crescono e diventano adulte e affrontano molti altri problemi legati
al razzismo e all’integrazione.
“«Guardami» ha detto. «Ti vergogni di me?»
«No» devo avere detto.
«Bene» ha continuato. «Perché se ti vergogni di me, allora ti vergogni di te stessa».
Avrei voluto discutere con lei ma non avevo né la forza né il coraggio di mentirle dicendo che non ero stata trasformata, che non ero vittima di un’educazione che non teneva conto di lei.
«Sei africana» ha detto, con le lacrime che le scorrevano sul viso. «Il libro, il libro che ti fanno vedere con gli africani nudi nelle giungle. Lo sai benissimo che non è così. Non lasciare che ti facciano vergognare, okay? Tu sei africana». Quelle parole mi facevano più male di quanto immaginassi. Non le avevo mai sentite prima di quella sera. Tu sei africana. Tu sei africana. Tu sei africana. Parole insieme così profondamente accusatorie e giudicanti che avrei voluto correre fuori dall’auto urlando. Tu sei africana, e mi è venuta voglia di stringere i pugni e combattere. E non sapevo perché.”
“Così noi venuti da Liberia e Nigeria ed Etiopia, da Ghana e Senegal e Repubblica Democratica del Congo, da Kenya, da Zambia e da ogni altro paese, spinti sull’oceano da quelle squame e denti digrignanti, alcuni prima dei nostri genitori e altri dopo, alcuni senza documenti e altri primi nelle loro famiglie a essere nati con il passaporto blu, ci alleniamo a essere neri, essere bianchi, essere americani, essere tutto quello che non siamo. Impariamo le parole, le abitudini, la rabbia, i modi che i nostri genitori sono qui da troppo poco tempo per tramandarci. Accettiamo le prese in giro, i soprannomi, le incomprensioni, le frasi come «In Africa cavalcavate le giraffe?» e «Lì ce l’avete tutti una casa?» e «Gli africani sono troppo aggressivi» e «Voi africani siete convinti di essere migliori» e «Bè, non sembri africana» e «Quando ho detto quella cosa, stavo parlando di altri africani» e «Qualcuno nella tua famiglia ha mai mandato una di quelle lettere-truffa nigeriane in cui chiedono soldi?» e «Ma sei americana?» e «Capelli nero-blu» e «Ci hai venduto» e «Maledetti africani» e «Lì gli uomini hanno più mogli?» e «Sai fare il voodoo?» e «Perché l’Africa è così povera?» e «Perché gli africani puzzano?» e «Grace Jones» e «National Geograpich» e «African Booty Scratcher» e «Non parli come una persona nera» e «I miei genitori donano soldi all’Africa» e «I neri sono così sensibili» e l’esageratamente entusiasta «Sììì, sorella!» e «Non sono razzista ma» e «Maledetti neri» e «Ma perché hanno macchine di lusso e vivono nelle case popolari?» e «Mia mamma non voleva dirla quella che cosa che ha detto. Lo sai come sono quelli delle generazioni precedenti alla nostra» e «Ti sei fatta aiutare con quel compito?» e «Se parli troppo dell’essere nero, sei tu a essere razzista» e «Questa volta non possiamo darle la promozione» e «Per me la razza non conta». Noi incassiamo tutto.”
Infine c’è una terza parte che è il ritorno in Liberia, i
genitori tornano a vivere nella terra natia e Tutu li raggiunge per una sorta
di vacanza che però nasconde anche altri scopi (come rivedere la terra natale e
cercare una persona importante del suo passato). Quella che troviamo qui è una
Libreria post guerre civili che cerca di riprendersi, di tornare alla normalità
ma che non potrà mai tornare davvero come prima, le ferite lasciate dagli di
conflitto sono troppo profonde. E anche grazie alle domande, apparentemente
ingenue della protagonista, si può riflettere molto sulla guerra e sulle sue
cause. E ci ricorda una volta di più le grandi responsabilità che l’Occidente
ha nei confronti dell’Africa e dei suoi popoli.
«Chi rovinerebbe le cose per cui combatte?» ho scosso la testa, disillusa.
«Forse non combattevano per la Liberia» ha detto papà a voce bassa, e poi le parole si sono attardate qualche istante, tormentandomi.
[…]
«Dove sono andati i ribelli?» ho chiesto a papà, e ho notato che con le mani stringeva forte il volante.
«Guarda fuori dal finestrino. Sono tutti qui intorno» ha detto. «Alcuni di questi tassisti, benzinai, guardie di sicurezza. Sono dappertutto».
«Si sono solo dati una ripulita e hanno ripreso a vivere le loro vite come se non fosse accaduto nulla» ha detto Mam.”
Ogni parte è a modo suo molto dolorosa e toccante.
Sicuramente un libro non facile, si parla oltretutto di eventi successi poche
decine di anni fa e che purtroppo succedono quotidianamente in giro per il
mondo.
Da quello che ho capito non è un memoir puro ma unisce
l’esperienza personale con l’invenzione, le esperienze di Moore che è fuggita
dalla Liberia in guerra e l’esperienza di essere africana e nera negli Stati
Uniti, oltre all’esperienza del ritorno “in visita” nel paese natale.
Vi aspetto nei commenti per sapere se lo avete conoscete.