giovedì 26 ottobre 2023

DIO DI ILLUSIONI di DONNA TARTT

TITOLO: Dio di illusioni
AUTORE: Donna Tartt traduzione di: Iodolina Landolfi
EDITORE: BUR
PAGINE: 622
PREZZO: € 15
GENERE: letteratura america, romanzo di formazione
LUOGHI VISITATI: Vermont (USA)
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“Immagino che vi sia un periodo cruciale, nella vita di ognuno, allorchè il carattere si consolida definitivamente; per me, è stato quel primo semestre autunnale che trascorsi ad Hampden. Tante cose mi porto dietro, da quel periodo, persino oggi: i gusti in fatto di vestiti, libri, cibo – acquisiti allora e in larga parte, lo devo ammettere, a emulazione dei miei compagni di greco – mi sono rimasti attraverso gli anni. È facile per me ricordare tuttora le loro abitudini quotidiane, che poi di conseguenza divennero le mie. Indipendentemente dalle circostanze, vivevano in maniera regolamentata, concedendo ben poco a quella confusione che avevo sempre ritenuto intrinseca alla vita del college – pasti irregolari, e così le ore dedicate allo studio, lavaggio della biancheria all’una di notte ecc.”. Pag 103

 

Protagonista e voce narrante è Richard, un giovane californiano di Plano che si iscrive all’Hampden College nel Vermont grazie a una borsa di studio. Arrivato al college Richard scopre l’esistenza di un corso di greco antico e ne è immediatamente e irrefrenabilmente attratto e farà di tutto per farne parte. Non è tanto la materia in sé ad attrarlo ma l’esclusività, la particolarità degli studenti, la fama del professore e l’alone di mistero che aleggia sul quel piccolo gruppo. Infatti si tratta di un corso di studi molto particolare, chiamato “Lyceum” tenuto dal “leggendario” professor Julian Morrow: è un corso elitario ed esclusivo per soli cinque studenti a cui si aggiungerà Richard. Entrà così a far parte di un gruppo molto particolare, strampalato, avulso dal resto del college (Morrow vieta ai propri studenti di partecipare/seguire altri corsi o lezioni a parte le sue), queste nuove amicizie cambieranno profondamente la sua vita.

“Era un oratore meraviglioso, un parlatore magico, e vorrei essere in grado di fornire un’idea migliore di ciò che diceva; ma è impossibile, per un intelletto mediocre, rendere il discorso di uno superiore – specialmente dopo tanti anni – senza molto travisarlo. La disquisizione di quel giorno verteva sulla perdita dell’io, sulle quattro pazzie divine di Platone, sulla pazzia in generale; cominciò parlando di ciò che lui chiamava il peso dell’io, e del perché la gente se ne vuole liberare.” Pag 48 e 49 

“Dopo la lezione, scesi le scale trasognato, la testa che mi girava, ma acutamente, dolorosamente, cosciente d’essere vivo e giovane in una bellissima giornata: il cielo di un intenso, accecante azzurro, il vento che sparpagliava le foglie rosse e gialle in un turbine di coriandoli.” Pag 55 e 56

 

Mi sono approcciata al libro con aspettative altissime sia per averne sempre sentito parlare bene sia perché della Tartt avevo già letto (e adorato Il cardellino): le aspettative sono state ripagate. All’inizio ho faticato un po’ ad entrare in sintonia, sia per il poco tempo che potevo dedicare alla lettura sia perché ha uno stile narrativo particolare, tosto e io venivo da una lettura molto “semplice” e piana.

Pian piano la vicenda inizia a svilupparsi e tu lettore vuoi vedere come e perché si arriva al delitto e poi come andrà avanti, se finirà lì oppure ci sarà un seguito.

Come detto all’inizio abbiamo un io narrante (Richard) che decide di raccontare la sua vita e in particolare la sua esperienza del primo anno di college, in quest’anno ci saranno alcuni eventi che cambieranno per sempre la vita di Richard.

Il romanzo si presenta strutturato con una macrodivisione: si inzia con un prologo dove viene esposto l’evento cruciale dell’intera vicenda nella prima riga! Questo evento che influirà sulla vita di Richard (e non solo) è un omicidio e Richard ce ne parla nella prima riga del prologo. Il prologo è una sorta di bussola, almeno per me lo è stato, l’ho riletto più e più volte per orientarmi temporalmente, per capire quando avviene il fatto perché ci sono riferimenti stagionali.

 Abbiamo poi un libro primo dove la narrazione si occupa del prima del fatto, ma tu sai che deve accadere (e anche a chi) ti chiedi il perché e quando lo scopri ti chiedi il come e il quando, e sei spinto ad andare avanti per vedere e scoprire. Ha un inizio lento poi un climax crescente fino al fatto.

Il secondo libro: è il dopo, cosa succederà? Verrano scoperti? E come si evolvono i rapporti all’interno del gruppo? Tutto tornerà/rimarrà come prima oppure le cose cambieranno? Anche qui tu lettore hai la curiosità di vedere come si evolve la vicenda.

E poi un epilogo: il finale non riesco a definirlo, non è scontato, non è prevedibile anche se ragionandoci a posteriori ci si può aspettare qualcosa di simile, ma è comunque spiazzante (almeno per me lo è stato). Ho apprezzato moltissimo che dia conto di cosa accade, come si evolve la vita di tutti i personaggi che abbiamo incontato anche di quelli più marginali.

“Incominciai a osservarli, lui e il suo piccolo gruppo di allievi, in giro per il campus. Quattro ragazzi e una ragazza: non erano nulla di strano, a distanza. Da vicino, però, formavano una comitiva singolare – almeno per me, che non avevo mai vito nulla di simile: immaginavo in loro qualità affascinanti e fantastiche.”

Dedico due parole sui personaggi: Richard è un ragazzo comune che va al college grazie a una borsa di studio e contro il parare dei suoi genitori che non lo sostengono, ho empatizzato moltissimo con lui anche se non condivido alcune sue scelte tra tutte entrare al corso di greco antico.  Gli originari componenti del gruppo di greco sono piuttosto singolari, non passano inosservati e almeno all’apparenza sono i classici figli di papà che non hanno problemi economici e che non devono preoccuparsi di cosa faranno da grandi. Abbiamo Henry sicuramente il più inteliggente e bravo, è una sorta di nerd con la fissazione per le lingue anche quelle morte come l’aramaico; c’è poi Francis che è sempre elegante e impeccabile; Edmund detto Bunny che non prende le cose troppo sul serio e i gemelli Macaulay, Charles e Camilla che vestono sempre di bianco e sono inseparabili. Il professor Morrow è un personaggio raccontato magnificamente ma come “persona” non mi è piaciuta, è egoista ed egocentrico, impegnato e interessatos solo a magnificare se stesso, è uno snob, il problema per me non è fare le cose in modo diverso – nel suo caso adottare un metodo di insegnamento non tradizionale – ma farlo con la presunzione e l’arroganza di essere migliore di tutti gli altri.

“Mi è sempre stato difficile parlare di Julian senza mitizzarlo. Per molti versi è quello che ho più amato; ed è con lui che sono maggiormente tentato di abbellire, reinventare, perdonare. Penso che sia perché Julian stesso era costantemente impegnato a reinventare le persone e le circostanze attorno a sé, attribuendo di volta in volta gentilezza, saggezza, coraggio, fascino, ad azioni da tutto ciò assai lontane. Era uno dei motivi per cui gli volevo bene: per la luce lusinghiera in cui mi vedeva, per la persona che diventavo insime a lui, per quello che lui mi ha permesso di essere.”

“Niente tuttavia spiegherebbe la magia della sua personalità, o il perché – anche alla luce degli eventi successivi – abbia tuttora un irresistibile desiderio di rivederlo come lo vidi la prima volta: il vecchio saggio apparsomi dal nulla, su un tratto di strada desolata, con la promessa stregata di trasformare i miei sogni in realtà.
Ma anche nelle favole i vecchi benigni con le loro offerte fascinose non sempre sono quel che appaiono: e questa, che dovrebbe essere una verità non troppo difficile per me da accettare, al punto attuale, invece, per qualche motivo lo è. Più d’ogni altra cosa mi piacerebbe poter dire che il volto di Julian si stravolse al racconto delle nostre azioni […] E la tentazione di attribuigli tali reazioni, di raccontare cose che non corrispondono alla realtà è stata forte.” Pag 572

 

La narrazone è molto ricca, dettagliata, articolata, filosofeggiante, prolissa e piena, piena di riferimenti e rimandi letterari e accademici ed è anche molto erudita: tutto ciò è assolutamente coerente e conforme al contesto di ambientazione del romanzo l’io narrante frequenta un corso di greco antico. Lo dico perché spesso ho sentito delle critiche verso lo stile narrativo usato da Donna Tartt in Dio di Illusioni, voglio fare due osservazioni: anzitutto come detto prima trovo lo stile coerente con il contesto della vicenda ed è questo un dato a mio parere, innegabile; dall’altro devo dire che personalmente adoro le narrazioni prolisse e dettagliate e, in linea teorica, le preferisco a quelle asciutte e scarne (poi bisogna sempre vedere la realizzazione specifica), posso riconoscere che magari qualcosa si poteva anche omettere o tagliare ma a me è piaciuto moltissimo così (mi è capitato il altri libri di avere la sensazione di un brodo che viene allungato, ma non in questo caso).

Come detto nutrivo aspettative altissime che non sono state deluse, ne avevo sentito parlare piuttosto bene e poi avevo già letto di Donna Tartt Il cardellino che mi era piaciuto moltissimo. Donna Tartt è una scrittice poco prolifica al momento sono disponibili tre romanzi (oltre a Il cardellino e Dio di Illusioni, c’è Il piccolo amico che ancora devo leggere) ma sono best seller internazionali con l’ultimo Il Cardellino ha vinto il premio Pulitzer. Spero tanto che arrivi presto un suo nuovo libro. Avendo letto due romanzi su tre vorrei dire che c’è una sorta di schema tipico: un io narrante che con una sorta di flusso di conoscenza ci racconta la sua vita dove uno o più avvenimenti la sconvolgono. Ma potrei sbagliarmi…

È un libro autunnale per antonomasia, uno dei più consigliati da leggere in autunno e infatti io l’ho letto nell’autunno 2022 e lo trovo perfetto per la stagione sia perché in parte, quella iniziale, ambientato in questa stagione, perché è ambientato in un college/scuola che mi fa pensare subito all’autunno e infine per il suo allure creepy.

Fatemi sapere nei commenti se lo avete letto.

giovedì 19 ottobre 2023

LA LOTTERIA DI SHIRLEY JACKSON

TITOLO: La lotteria
AUTORE: Shirley Jackson  traduzione di: Franco Salvatorelli
EDITORE: Adelphi
PAGINE: 82
PREZZO: € 10
GENERE: letteratura americana, letteratura gotica, creepy
LUOGHI VISITATI: indefiniti
acquistabile su amazon: qui (link affiliato)

 

 


La lotteria di Shirley Jackson è una raccolta di quattro racconti curata dalla casa editrice Adelphi e contiene La lotteria che dà anche il titolo alla raccolta che è uno dei più famosi racconti della scrittrice americana. Per me si tratta del primo approccio alla Jackson ma anche, uno dei primi approcci se non il primo a libri del genere horror, creepy, gotico e misterioso. Shirley Jackson è una regina del brivido e mi ha colpito moltissimo, voglio assolutamente leggere altro di suo, sicuramente Abbiamo sempre vissuto nel castello. La caratteristica principale che ho riscontrato è che riesce a instillare una tensione e un ansia nel lettore raccontando, tutto sommato, fatti “normali”: non servono mostri e fantasmi a spaventare ma è sufficiente il semplice comportamento umano, la paura è dentro gli uomini e deriva spesso dagli uomini. Shirley Jackson è stata riscoperta in Italia, e non solo, grazie a Stephen King che l’ha definita la sua maestra e la sua musa, King che è il re (battuta) indiscusso del genere horror e che voglio prima o poi affrontare tanto più alla luce di questa curiosità perché, come detto prima, i racconti di Jackson mi sono piaciuti davvero tanto.

In generale è una lettura molto veloce, il libro si divora, tiene incollato il lettore alle pagine, con un crescendo di tensione e ansia. Sinceramente non so se mi sono lasciata condizionare, ma io ho provato ansia fin dalla prima riga di ciascun racconto, ho sentito spesso parlare di questa capacità di inquietare il lettore che ha Shirley Jackson e con mio enorme stupore ne sono rimasta piacevolmente colpita.

La trovo una lettura perfetta per il periodo autunnale e di Halloween quando si ricercano atmosfere più creepy, io l’ho letto o meglio divorato il 31 ottobre 2022 e a distanza di quasi un anno ho ancora un ricordo vivido e lucido delle sensazioni da brivido che ho provato.

La raccolta di compone di quattro racconti: La lotteria, Lo sposo, Il colloquio e Il fantoccio; i miei preferiti sono Lo sposo e La lotteria.

Di seguito parlo dei singoli racconti, senza spoiler ma si tratta comunque di racconti piuttosto brevi quindi non andate avanti se volete mantenere la sorpresa…

Inizio da Il colloquio: è molto breve e sicuramente non l’ho capito, lascia molti punti interrogativi e non ci sono grandi appigli, come dice il titolo si tratta del colloquio, del dialogo tra una donna e il medico del marito vertente sulla salute mentale del marito. Dicendo che non l’ho capito dico anche che non mi piace o meglio è quello della raccolta che mi è piaciuto meno.

Il fantoccio: Probabilmente la tensione che provo leggendo è tutta una mia suggestione, mi aspetto qualcosa solo perché so o penso debba accadere. Il racconto verte su due donne che pranzano in un locale dove si esibisce un ventriloquo, ed assistono ad una litigata tra il ventriloquo e la sua ragazza con la particolarità che nel litigio partecipa anche il pupazzo. È intrinseco nello spettacolo del ventriloquo far parlare il pupazzo come se avesse vita propria, però il dubbio che il fantoccio abbia una vita propria a me è venuto sicuramente instillato dalla Jackson, ma c’è…

La lotteria: è un racconto famosissimo di cui sapevo già quasi tutto (in particolare sapevo cos’è, in cosa consiste questa lotteria) ma è stata comunque una lettura sorprendente. C’è questa lotteria, una sorta di gioco rituale propiziatorio che si ripete da tempo immemore, tutto appare come una specie di festa anche se tutti sanno come andrà a finire, qualcuno verrà sacrificato, tutto è bello, utile e importante fino a che non tocca a te… Devo dire che c’è un passaggio durante la pesca che non ho capito, se qualcuno lo ha letto e ne vuole parlare mi confronterei volentieri. Questo racconto viene pubblicato per la prima volta sul New Yorker il 26 giugno 1948 e scatena delle reazioni davvero forti: anzitutto sono molti quelli che pensavano si trattasse di una storia vera o comunque ispirata a una storia vera e quindi parte l’indignazione; altri criticano fortemente Jackson come persona perversa per poter arrivare a immaginare, ideare una cosa tanto macabra (che poi se pensiamo a cosa ha fatto l’uomo ai propri simili nella Storia La lotteria non è poi neanche male) e infine c’è stato anche chi voleva assistere… 

Lo sposo: è il mio preferito, in questo racconto (come negli altri a parte forse La lotteria) non c’è assolutamente nulla di inquietante se prendiamo i fatti, la vicenda narrata in se e per se ma comunque la Jackson mette addosso al lettore un ansia incredibile, almeno a me, crea una tensione che non riesci a staccarti dalle parole. La storia è molto semplice: la protagonista è una donna il giorno del suo matrimonio la seguiamo da quando si sveglia e inizia a prepararsi per il grande giorno fino alla ricerca spasmodica del suo amato che le ha dato buca, in due parole sedotta e abbandonata, nulla di inquietante, nulla di misterioso se non un semplice inganno, un uomo approfittatore, ma il modo in cui questa storia tanto semplice e se vogliamo banale viene raccontata è qualcosa di incredibile.

Sono molto contenta di aver scoperto Shirley Jackson e voglio assolutamente approfondire la conoscenza; ho detto più volte che il genere horror o creepy non è il mio ma per Jackson valgono tutte le eccezioni, se non la conoscete fatevi un regalo e leggetela!

Fatemi sapere nei commenti se avete letto qualcosa di suo e cosa mi consigliate.

giovedì 12 ottobre 2023

LA MASCHERA DI CERA - FILM

TITOLO: La maschera di cera

GENERE: horror, thriller
AMBIENTAZIONE: USA anni 2000



Inizio con una premessa (a mio parere) fondamentale non sono un amante dei film horror, non sono un’appassionata e penso che questo sia uno dei pochissimi del genere che ho visto. L’horror come genere non mi piace, o meglio mi spaventa motivo per cui non mi ci avvicino. Vi chiederete perché l’hai guardato? Perché alla mia dolce metà (uguale marito Ale) piacciono tutti quei film con mostri, vampiri, horror e simili, solitamente se li guarda da solo al computer ma nei primi mesi con Giulia lì poteva guardare anche in tv e così è capitato che mentre facevo le coccole alla bambina e l’addormentavo ho buttato l’occhio e alla fine l’ho guardato per curiosità. Cosa che succede praticamente sempre quando guardo un film con Ale, lui si addormenta a una pubblicità mentre io lo finisco e quando andiamo a dormire mi tocca pure raccontarglielo…

La cosa che più mi ha colpito e che mi ha portato a guardare all’inizio il film è la presenza di Paris Hilton, la ricchissima ereditiera famosa verso gli anni 2000 che mai avrei pensato facesse un film horror

Un film che definirei splatter e young adult (ribadisco che non sono né appassionata né esperta). La prima cosa che salta all’occhio è che i protagonisti sono quasi tutti ragazzi giovani e sono interpretati da giovani attori, ho letto che ha vinto svariati premi e riconoscimenti proprio in questo settore. Inoltre è stato anche il primo film per il regista Juam Collet-Serra. Nel cast spicca (per notorietà) Paris Hilton e questa cosa mi ha incuriosito, all’inizio l’ho guardato solo per questa ragione e poi perché volevo vedere come andava a finire la storia. Non sapevo che la Hilton avesse partecipato a dei film e mai mi sarei aspettata un horror, invece, maledetti i pregiudizi ha recitato in svariati film anche di registi importanti. Una delle principali critiche mosse a “La maschera di cera” è proprio la presenza dell’ereditiera, purtroppo è facile e diffuso che quando personaggi famosi, ma non attori professionisti, recitano ci siano una valanga di critiche e di detrattori, tra l’altro erano gli anni della massima notorietà, il film è del 2005 e - non vorrei dire cavolate ma - intorno agli anni 2000 la Hilton era famosissima nel senso che la si vedeva e si leggeva di lei ovunque, io ero poco più di una bambina e me lo ricordo, mentre ora non se ne sente più parlare (da dire che non sono una frequentatrice di programmi gossip e simili). Le critiche mosse a Paris Hilton sono perlopiù ingiuste nel senso che ha interpretato il ruolo assegnatogli punto. Per quanto riguarda gli altri attori all’epoca del film erano tutti giovani attori a inizio carriera e che recitavano in ruoli adatti alla loro età anagrafica in film e serie tv e sit com; in generale non sono una grande fan di tutto ciò che è “young adult”, cioè incentrati sugli adolescenti o sui giovanissimi. Facendo delle ricerche ho letto che poi praticamente tutti hanno sviluppato delle carriere interessanti e alcuni hanno ricoperto ruoli iconici così ad esempio Jared Padalecki che interpreta Wade che è poi diventato famossissimo grazie alla serie tv Supernatural e infine Elisha Cuthbert che interpreta Carly è conosciuta in tutto il mondo per la serie tv 24.

Veniamo ora alla trama: un gruppo di giovani ragazzi (Wade, Carly, suo fratello Nick, Dalton, Blake e Paige) sta andando a vedere una partita di football in trasferta, durante il viaggio si fermano a dormire all’aperto perché una delle macchine (quella di Wade) ha avuto un guasto. La mattina successiva mentre alcuni ripartono, Wade e la fidanzata Carly vanno nella cittadina vicina – Ambrose -   per acquistare il pezzo di ricambio. Ci sono parecchie stranezze: la cittadina è minuscola, direi quasi fantasma, e mentre aspettano il meccanico, gironzolando per il paese i due fidanzati scoprono un museo delle cere, qualcosa di bellissimo, una casa piena di statue di cera a grandezza naturale che raffigurano delle persone intente a fare delle azioni. Ben presto scopriranno che quelle statue sono ispirate ad altri visitatori, non molto fortunati. Alla fine nessuno dei ragazzi va alla partita e si ritrovano tutti nella cittadina e incappano nel (o meglio nei) serial killer; del gruppo di amici non tutti sopravvivono, ma non voglio svelare di più.

 È un film che viene definito horror ma io ho individuato i classici segnali da “s.i.” come dicono quelli di Criminal Mind, una serie di comportamenti deviati e disturbati che fanno drizzare le orecchie (o almeno dovrebbero). Fondamentalmente è un film su un serial killer con una serie di manie e non c’è nulla di soprannaturale (poi magari neanche deve esserci in un horror) ma il brutto, il marcio, il pericoloso deriva solo dalla cattiveria e della malvagità umana.

Vi aspetto nei commenti per sapere se lo avete visto.