AUTORE: Cormac McCarthy traduzione di: Martina Testa
EDITORE: Einaudi (collana Super ET)
PAGINE: 220
PREZZO: € 13
GENERE: letteratura americana, distopico
LUOGHI VISITATI: futuro distopico/post apocalittico
La strada di Cormac McCarthy è un libro estraniante,
doloroso, profondo e disturbante, in una parola dannatamente tosto!
“Quando ci fu luce a sufficienza per usare il binocolo ispezionò la valle sottostante. Tutto sfumava nell’oscurità. La cenere si sollevava leggera in lenti mulinelli sopra l’asfalto. Studiò quel poco che riusciva a vedere. I tratti di strada laggiù fra gli alberi morti. In cerca di qualche traccia di colore. Un movimento. Un filo di fumo. Abbassò il binocolo e si tirò giù la mascherina di cotone dal viso, si asciugò il naso con il polso e riprese a scrutare la zona circostante. Poi rimase seduto lì con il binocolo in mano a guardare la luce cinerea del giorno che si rapprendeva sopra la terra. Sapeva solo che il bambino era la sua garanzia.”
Seguiamo le vicende di un padre e un figlio, soli, in
viaggio verso sud, verso luoghi più caldi dove forse sarà più facile
(soppra)vivere. Siamo in un mondo distopico, post apocalittico (molto ben
rappresentato dall’immagine di copertina) freddo, grigio, buio, dove tutto o
quasi è bruciato, devastato, abbandonato. Sicuramente ci sono altri uomini in
giro e anche per questo devono costantemente guardarsi le spalle, l’empatia e
la solidarietà sono rarissime se non estinte come tutti gli animali e le
piante. Ci sono molte persone cattive in giro, bande, organizzazioni armate che
cacciano altri uomini per farli schiavi e nutrirsene ad esempio ma anche altri
disperati. È un mondo durissimo, dove vige la legge del più forte, dove è in
gioco la sopravvivenza stessa e si fa di tutto pur di vivere un giorno in più.
Tutto sommato non mi sento di condannare o biasimare i “cattivi”: o muori tu o
muoio io. È un libro che porta sicuramente a riflettere su cosa faremmo noi?
Cosa farei io in una situazione del genere? Sceglierei di vivere oppure no? E
in caso affermativo con quali mezzi e modalità?
“Al mattino si svegliò, si rigirò nella coperta e guardò fra gli alberi verso la strada nella direzione da cui erano venuti appena in tempo per veder comparire una schiera di persone che avanzavano in fila per quattro. Indossavano vestiti di ogni tipo, ma tutti portavano una sciarpa rossa al collo. Rossa o arancione, quanto di più vicino al rosso erano riusciti a trovare. Poggiò la mano sulla testa del bambino. Shh, disse.
Papà, cosa c’è?
Gente che passa sulla strada. Tu stai giù. Non guardare.
Niente fumo dal fuoco ormai spento. Il carrello ben nascosto. L’uomo si appiattì al suolo e rimase a spiare da sopra gli avanbracci. Un esercito di scarpe da ginnastica che avanzava incespicando. In mano pezzi di tubo lunghi un metro avvolti in strisce di cuoio, assicurati al polso con un cordoncino. Dentro alcuni di questi tubi scorrevano catene che avevano all’estremità corpi contundenti di ogni tipo. Passarono sferragliando, con l’andatura dondolante dei giocattoli a molla. Barbuti, l’alito che evaporava attraverso le mascherine. Shh, disse l’uomo. Shh. La falange che seguiva i primi era armata di aste o lance guarnite di nastri, le lunghe lame ricavate da sospensioni di camion rimodellate sull’incudine di qualche rozza fucina più a nord. Il bambino era steso con la testa fra le braccia, terrorizzato. Passarono a poco più di cinquanta metri di distanza da loro facendo vibrare il terreno. Pestando forte i piedi. Di seguito venivano una serie di carri trainati da schiavi in catene, carichi del bottino di guerra, e dopo ancora le donne, forse una dozzina, alcune incinte, e infine, di scorta, un gruppetto di catamiti, troppo poco coperti per quel freddo, dotati di collare e aggiogati insieme. Sfilarono gli uni dopo gli altri. Loro due rimasero in ascolto.
Papà, se ne sono andati?
Sì, se ne sono andati.
Li hai visti?
Sì.
Erano i cattivi?
Sì, erano i cattivi.
Ce ne sono tanti di questi cattivi.
Sì, infatti. Ma se ne sono andati.
Si alzarono e si ripulirono, ascoltando il silenzio tutto intorno.
Dove vanno, papà?
Non lo so. Ma si stanno spostando. Non è un buon segno.
Perché non è un buon segno.
Non è un buon segno, punto e basta. Dobbiamo dare un’occhiata alla cartina.”
La narrazione è molto particolare anzitutto il romanzo è
suddiviso esclusivamente in paragrafi (non ci sono capitoli), con frasi
tendenzialmente corte e molto corte. E viene fatto un uso particolare della
punteggiatura soprattutto per i dialoghi che si caratterizzano per l’assenza di
punteggiatura introduttiva come le virgolette: sono semplicemente frasi o
spesso affermazioni che si susseguono. Se da un lato non sono facilissimi da
seguire (io sono dovuta tornare indietro più volte e magari anche scrivere vicino/tenere
traccia di chi stesse parlando perché trattandosi per lo più di botta e
risposta a monosillabi quando sono più lunghi diventa più complesso seguirli,
ma magari è solo un problema mio) dall’altro ciò rende la narrazione estremante
fluida e scorrevole. La scrittura è cruda, diretta, essenziale, non descrittiva
(pur fornendoci il quadro completo di quello che dobbiamo sapere), tragica.
Altra particolarità è che i protagonisti non hanno nomi o
perlomeno noi non li conosciamo, ci vengono indicati sempre come padre e figlio
oppure uomo e bambino, quindi una narrazione di estremamente apersonale,
asettica mi viene da dire ma ciononostante in grado di creare un’empatia molto
profonda con il lettore (o perlomeno io sono entrata moltissimo in empatia). E
in generale non ci sono nomi di luoghi specifici, se non il pianeta terra.
“Arrivati qui dobbiamo attraversare un ponte. A occhio e croce saranno una dozzina di chilometri. Questo è il fiume. Scorre verso est. Noi dobbiamo seguire la strada da questa parte, lungo il versante orientale delle montagne. Le nostre strade sono queste qui, segnate in nero. Le strade statali.
Perché si chiamano statali?
Perché una volta erano di proprietà degli stati. Di quelli che all’epoca si chiamavano stati.
E adesso di stati non ce ne sono più?
No.
Che fine hanno fatto?
Non lo so di preciso. È una bella domanda.
Ma le strade ci sono ancora.
Sì. Almeno per un po’.
Per un po’ quanto?
Non lo so. Magari per un bel pezzo. Quelle è impossibile sradicarle, quindi dovrebbero restare al loro posto per un bel pezzo.
Ma non ci passeranno più le macchine e i camion.
No.
Ok.
Sei pronto?
Il bambino annuì. Si asciugò il naso sulla manica e si mise in spalla il piccolo zaino, l’uomo ripiegò i pezzi di cartina e si alzò e il bambino lo seguì fra gli spuntoni grigi degli alberi fino alla strada.”
Il mondo in cui la storia è ambientata è un modo post
apocalittico ma il mondo di partenza era un modo uguale al nostro o forse è
meglio dire il nostro, è poi successo qualcosa (che non sappiamo) che ha
portato alla situazione del presente narrativo, ci sono vari accenni ai
cambiamenti del mondo – nei rari momenti di ricordo dell’uomo/padre – forse
delle guerre, dei massacri delle lotte di qualche tipo tra uomini, tra i
sopravvissuti alle prime catastrofi. Saranno rimasti dei buoni?
“Secondo te quanta gente c’è ancora viva?
Nel mondo?
Nel mondo. Sì.
Non lo so. Fermiamoci a riposare.
Ok.
Mi stai facendo stancare.
Ok.
Si sedettero tra i loro fagotti.
Papà, per quanto tempo possiamo restare qui?
Me l’hai già chiesto.
Lo so.
Vedremo.
Quindi non molto.
Probabilmente no.
Il bambino si mise a bucherellare la sabbia con le dita fino a che non ebbe formato un cerchio tutto attorno a sé. L’uomo lo guardava. Non lo so quanta gente è rimasta, disse. Secondo me non moltissima.
Già. Il bambino si strinse la coperta attorno alle spalle e guardò verso la spiaggia grigia e deserta.
Cosa c’è?, disse l’uomo.
Niente.
No. Dimmi.
Potrebbero esserci delle persone vive in qualche altro posto.
Cioè dove?
Non lo so. In qualunque posto.
Intendi fuori dalla terra?
Sì.
Non credo. Non si può vivere da nessun’altra parte.
Neanche se fossero riusciti ad arrivarci?
No.
Il bambino distolse lo sguardo.
Cosa c’è?, disse l’uomo.
Il bambino scosse la testa. Non so cosa ci stiamo a fare qui, disse.
L’uomo stava per rispondere. Ma poi non lo fece. Dopo un po’ disse: Ce ne sono di persone. Ce ne sono, e noi le troveremo. Vedrai.”
Altro punto di riflessione molto importante è come siamo
arrivati a questo mondo? Non ci sono spiegazioni ma solo (incidentali)
descrizioni del paesaggio circostante, degli accenni a tempeste di fuoco di
qualche tipo che hanno bruciato e carbonizzato tutto al loro passaggio,
talvolta sciogliendo cose e persone (non sappiamo cosa possano averle causate
ma potremmo ragionarci: meteoriti? Bombe atomiche? Giusto per citare le cose
più ovvie, e il pensiero agli effetti dell’atomica è la prima cosa che mi è venuta
in mente leggendo). È vero non sappiamo cosa è successo ma per come il mondo
sta andando oggi (e anche qui per citare le cose più ovvie: guerre, cambiamenti
climatici, zero rispetto per l’ambiente) nel lungo termine non posso escludere
che potremmo arrivarci.
È una lettura molto forte, straziante, non vedevo l’ora di
arrivare alla fine sia per vedere come vanno le cose sia perché era proprio
pesante, dopo le sessioni di lettura avevo bisogno di cose leggere, di
frivolezze per risollevarmi in qualche modo il morale, per staccare la testa
per compensare la pesantezza (in senso positivo, l’importanza, la potenza) di
queste pagine. È un libro che ricordo benissimo a distanza di anni, dove la
mente continua a ritornare.
“Si voltò a guardare il bambino. Forse per la prima volta, capì che ai suoi occhi lui era un alieno. Un essere venuto da un pianeta che non esisteva più. Le storie che raccontava erano sospette. Non poteva ricostruire il mondo perduto per compiacerlo senza trasmettergli anche il dolore della perdita, e pensò che forse il bambino lo sapeva meglio di lui. Cercò di mettere a fuoco il sogno ma non ci riuscì. Ne conservava solo la sensazione. Forse quelle creature erano venute per metterlo in guardia. Su cosa? Sul fatto che non poteva riaccendere nel cuore del bambino ciò che era ormai cenere nel suo. Anche ora, una parte di lui rimpiangeva di aver trovato quel rifugio. Una parte di lui continuava a desiderare la fine.”
Sicuramente voglio leggere altro di McCarthy ho già in
libreria Meridiano di Sangue, mi è parso di capire che la cifra stilistica sia
la scrittura cruda e diretta ma che poi abbia spaziato molto nei generi ad
esempio il citato Meridiano di sangue è un western.
Come accennato prima il plus di questo libro è la copertina
che è bellissima e molto emblematica di questo mondo post apocalittico, tutto
grigio, secco, pieno di fumo e fumoso dove ritroviamo i segni della civiltà,
della nostra civiltà moderna, sbiaditi, scoloriti, abbandonati.
È una lettura che consiglio, seppur non semplicissima
soprattutto dal lato emotivo che porta a riflettere molto sia su cosa faremmo
noi sia su come si è arrivati a questo punto.
Fatemi sapere se lo avete letto. Vi aspetto nei commenti.






