venerdì 6 marzo 2026

DONNE CHE PARLANO di MIRIAM TOEWS

TITOLO: Donne che parlano
AUTORE: Miriam Toews         traduzione di: Maurizia Balmelli
EDITORE: Marcos y Marcos
PAGINE: 253
PREZZO: € 18 
GENERE: letteratura canadese
LUOGHI VISITATI: fittizia comunità mennonita




“Le riunioni sono state organizzate in fretta e furia […] in risposta alla strane aggressioni di cui le donne di Molotschna erano state vittime negli ultimi anni. Dal 2005, quasi ogni ragazza o donna è stata stuprata da quelli che nella colonia molti credevano essere fantasmi, o Satana, presumibilmente quale punizione per i loro peccati. Le violenze avevano luogo di notte. Mentre le famiglie dormivano, le ragazze e le donne venivano rese incoscienti con uno spray anestetico che si usa per il bestiame, ricavato dalla pianta di belladonna. L’indomani si svegliavano doloranti, stordite e spesso sanguinanti, e non capivano il perché. Ultimamente è venuto fuori che gli otto demoni responsabili degli stupri erano uomini di Molotschna in carne ed ossa, parecchi dei quali sono parenti stretti – fratelli, cugini, zii, nipoti – delle vittime.” 

 

Un libro che racconta una storia aberrante ma che non è frutto della fantasia dell’autrice ma trae spunto da un fatto di cronaca realmente accaduto in una comunità mennonita della Bolivia. Inoltre la stessa Toews ha vissuto in una comunità mennonita che ha poi abbandonato al raggiungimento della maggiore età.

Immaginate una comunità religiosa mennonita, chiusa al mondo esterno ed estremamente religiosa e timorata di Dio. Immaginate che le donne di questa comunità (analfabete e prive di qualsiasi potere decisionale) si sveglino intontite, con evidenti segni di violenza e immaginate infine che la spiegazione che viene data loro è che si tratti di una punizione divina per i loro peccati oppure opera di fantasmi o altri diavoli.

Infine immaginate che si scopre che a compiere le violenze erano uomini della comunità.

Donne che parlano racconta i due giorni in cui le donne dalla comunità di Molotschna (comunità fittizia) si riuniscono nel fienile per decidere cosa fare della propria vita: o perdonano gli aggressori oppure devono lasciare la comunità. Sì, avete letto bene, loro le vittime o perdonano oppure devono andarsene non sono bene accette!

 

Trovo a dir poco aberrante il comportamento degli uomini le mogli, le figlie, le sorelle e le madri vengono narcotizzate e violentante brutalmente nel sonno: mi sta bene che credi che possa essere opera del diavolo o una punizione divina (siamo pur sempre in una comunità iper credente) ma nel momento in cui scopri che sono stati altri uomini e non uomini qualsiasi, degli estranei ma uomini della tua stessa comunità, cosa fanno? Chiedono giustizia? Li fanno cacciare? No, e poi ancora no. Vanno in città a vendere il bestiame per pagare agli aggressori la cauzione e riportarli a casa. E alle donne si chiede di perdonare oppure andarsene.

“Gli altri uomini della colonia (salvo quelli rimbambiti o decrepiti, e il sottoscritto per avvilenti ragioni) sono andati in città a pagare la cauzione per gli aggressori incarcerati, nella speranza che possano tornare a Molotschna in attesa del processo. Al loro ritorno alle donne di Molotschna verrà data l’opportunità di perdonarli, così da garantire a ciascuno il suo posto in paradiso. Se non perdonano gli uomini, dice Peters, le donne dovranno lasciare la colonia e uscire nel mondo, del quale non sanno nulla. Le donne hanno pochissimo tempo, due giorni soltanto, per organizzare la risposta.
Ieri, come mi ha raccontato Ona, le donne di Molotschna hanno votato. Le opzioni erano tre.
1. Non fare niente
2. Restare e combattere
3. Andarsene
Ogni opzione era illustrata da una figura perché le donne non sanno leggere.”

 

È una lettura che fa male.

È una lettura non facile sia per la tematica trattata (condizione femminile in generale oltre le violenze, le donne sono considerate meno delle bestie, a loro è richiesta cieca obbedienza e soggezione, non sanno leggere né scrivere, non hanno mai messo piede fuori dalla colonia) sia per la struttura narrativa e il tipo di narratore.

Quello che leggiamo è praticamente il verbale delle riunioni redatto da Epp, un uomo che fa il maestro nella comunità dove è ritornato da poco ed è considerato la pecora nera. La narrazione si concentra sui due giorni e tutto il resto lo conosciamo leggendo anche grazie alle note dello stesso Epp, inoltre i dialoghi non sono segnati da punteggiatura ma solo dalla lettera maiuscola. Devo dire che i “difetti” della narrazione (che rendono poco scorrevole la lettura) sono però congeniali all’ambientazione e alla voce narrante, alcuni concetti sono riassunti da Epp e lo dice, ad esempio quando parla di patriarcato. 

“Siamo le donne di Molotschna. L’intera colonia di Molotschna si fonda sul patriarcato (nota del traduttore: Samolmè non ha usato la parola ‘patriarcato’ l’ho inserita io al posto di un’imprecazione di origine misteriosa, più o meno traducibile con parlare con i fiori) dove le donne vivono una vita di serve mute, sottomesse e obbedienti. Bestie. Ragazzini di quattordici anni sono tenuti a impartirci ordini, a determinare i nostri destini, a votare le nostre scomuniche, a parlare ai funerali dei nostri nuovi nati mentre noi rimaniamo in silenzio, a interpretare la bibbia per noi, a guidarci nel culto, a punirci! Non siamo membri Mariche, siamo merce. (di nuovo una nota del traduttore a proposito della parola merce, situazione analoga alla precedente). Prosegue Salomè: Dopo averi consumate al punto che a trent’anni sembriamo sessantenni col grembo che si riversa letteralmente sui pavimenti impeccabili delle nostre cucine, esausto, i nostri uomini passano alle nostre figlie. E se potessero ci venderebbero tutte all’asta.”

Voglio approfondire Towes che mi è parso di capire essere una scrittrice la cui prosa spazia molto in termini di temi trattati.

A me è piaciuto moltissimo, oltre ad avermi fatto parecchio arrabbiare. Fatemi sapere se lo avete letto.

Vi aspetto nei commenti.


venerdì 20 febbraio 2026

FAHRENHEIT 451 di RAY BRADBURY

TITOLO: Fahrenheit 451
AUTORE: Ray Bradbury traduzione di: Giuseppe Lippi
EDITORE: Einaudi
PAGINE: 210 
PREZZO: € 12
GENERE: letteratura americana, distopico
LUOGHI VISITATI: America distopica






I pompieri vanno in giro a bruciare le case di chi possiede libri invece di spegnere gli incendi.

Siamo in un mondo futuristico e ipertecnologico (tanto più che il libro è stato scritto negli anni ’50) con un sistema politico di tipo dittatoriale dove le persone non devono pensare e di conseguenza è proibito leggere e possedere libri. Lo vieta la legge ed esiste uno specifico corpo di pompieri che vanno in giro con i lanciafiamme a bruciare i libri delle persone “sovversive” che infrangono questa legge, si parla di fuochi che si fanno di notte per rendere il tutto più spettacolare. I pompieri come li conosciamo non servono perché le case sono ignifughe.

“«[…] ecco perché un libro è come un’arma carica nella casa del vicino. Brucialo, togli le munizioni all’arma. Entra nella mente dell’individuo. Chi può dire quale sarà il bersaglio di un uomo colto? Io non riuscirei a sopportarne uno neanche per un secondo. Quando le case sono diventate ignifughe, in tutto il mondo (l’altra sera avevi ragione, è successo col tempo), non c’è stato più bisogno dei pompieri per le vecchie esigenze. È stato loro assegnato un nuovo compito, quello di custodi della pace mentale, i difensori della nostra comprensibile e legittima paura di sembrare inferiori: così sono diventati censori ufficiali, giudici e giuria. Questo sei tu, Montag, e questo sono io.»”

 

È il potere politico che decide cosa va bene e cosa no, le persone devono limitarsi a vivere e ad essere felici perché non dovendo/potendo pensare sono felici, è questo quello che il potere con la sua propaganda fa credere e riesce a far credere alla maggior parte delle persone.

Se non possono leggere e pensare cosa fanno le persone? Guardano show televisivi, si imbambolano davanti a grandi schemi che forniscono tutto lo spettacolo e l’intrattenimento necessario. Ma ovviamente qualche “sovversivo” c’è.

“«… Se non vuoi che qualcuno sia politicamente scontento, non fargli sapere che la questione ha due aspetti: digliene uno soltanto e non si preoccuperà. Meglio ancora, non dirgli niente. Fagli dimenticare che esiste la guerra. Se il governo è inefficiente, ingiusto e vuole troppe tasse, è meglio che rimanga com’è piuttosto che la gente si agiti. La pace Montag. Dai alla gente concorsi a premi in cui basta conoscere le parole delle canzoni più famose, le capitali degli stati o quanto granoturco si è prodotto l’anno scorso nello Iowa. Riempila di informazioni innocue, rimpinzala di tanti ‘fatti’ e si sentirà intelligente solo perché sa le cose. Loro crederanno di pensare, avranno l’impressione del movimento anche se non si muovono affatto. E tutti saranno felici perché i fatti di quel genere non cambiano. Non dargli armi sdrucciolevoli come filosofia, sociologia o altri strumenti per collegare le cose, perché è là che si annida la malinconia. Chiunque sappia smontare una parete TV e ricostruirla, cosa che oggi la maggior parte degli uomini sa fare, è più felice di chi cerca di calcolare, misurare e risolvere l’universo, che naturalmente si rifiuta di farsi calcolare e risolvere senza aver prima trasformato l’uomo in una belva disadattata. Lo so perché ci ho provato, ma adesso ne ho abbastanza. Meglio frequentare i club e qualche festa, tenersi agli acrobati e i maghi del circo, gli spericolati e le macchine a reazione; meglio fare un giro sui moto-elicotteri e concedersi un po’ di sesso con eroina, insomma tutto quello che puoi ottenere con un riflesso automatico. Se la tragedia è cattiva, se il film non dice niente, se la commedia è vuota, dammi una scossa con la musica elettronica, con un Theremin al massimo volume: crederò che la commedia mi abbia dato un brivido, mentre è soltanto una risposta fisica alle vibrazioni. In realtà non m’interessa affatto, ma mi piace guardare uno spettacolo. Uno qualunque.»”

Il nostro protagonista è Guy Montag, un pompiere a cui il proprio lavoro inizia ad andargli stretto, è insofferente, determinante sarà l’incontro con Clarisse una giovane nuova vicina che vede in lui qualcosa di diverso e pianta definitivamente il seme della curiosità o meglio della necessità di conoscenza. Montag si chiede cosa ci sia nei libri e cercherà di scoprirlo.

È una storia piuttosto breve dove non mancano i colpi di scena ma è anche molto interessante e significativa per gli importanti spunti di riflessione che possiamo trarne. Siamo sicuri che il mondo descritto da Bradbury sia poi tanto diverso dal nostro? Non ci stiamo avvicinando pericolosamente a un sistema dove chi fa domande non è gradito? A me, purtroppo, sembra proprio di sì.

Fahrenheit 451 è un classico della letteratura distopica ed è un libro famosissimo, per me è stato il primo approccio a Ray Bradbury un autore che mi è parso di capire essere molto eclettico, ha scritto molto e di generi diversi, tra i suoi libri da sempre voglio recuperare Il popolo dell’autunno che dovrebbe essere una sorta di horror. Comunque distopici e horror che non sono proprio tra i miei generi “preferiti”.

Riuscireste a vivere in un mondo senza libri? Io no.

Vi aspetto nei commenti.


venerdì 6 febbraio 2026

FIRMINO di SAM SAVAGE

TITOLO: Firmino
AUTORE: Sam Savage         traduzione di: Evelina Santangelo
EDITORE: Einaudi
PAGINE: 186
PREZZO: € 12
GENERE: letteratura americana
LUOGHI VISITATI: Boston anni '60




Protagonista e voce narrante Firmino, che ci racconta la sua vita e la sua grandissima passione per i libri, la lettura e la letteratura.

“Avevo sempre immaginato che la storia della mia vita, se un giorno l’avessi mai scritta, sarebbe cominciata con un capoverso memorabile: lirico come il ‘Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi’ di Nabokov o, se non altro, di grande respiro come il tolstojano: ‘Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo’. La gente ricorda espressioni del genere anche quando del libro dimenticano tutto il resto. Comunque, a proposito di incipit, il migliore a mio avviso non può che ritenersi quello del Buon Soldato di Ford Madox Ford: ‘Questa è la storia più triste che abbia mai sentito’. L’ho letto decine di volte, ma ancora mi lascia di stucco. Ford Madox Ford è stato Un Grande.
Tutta la vita ho battagliato con la scrittura, e non c’è niente che abbia affrontato con più coraggio – sì, questa è l’espressione esatta, coraggio – degli incipit. Ho sempre pensato che, se solo fossi riuscito a scriverne uno buono, tutto il resto sarebbe venuto da sé. Immaginavo quella prima frase come una sorta di grembo semantico ricolmo di embrioni gravidi di pagine non ancora scritte, piccole pepite rilucenti di genialità ansiose di venire alla luce. Da quel vaso magnifico sarebbe stillata, diciamo goccia a goccia l’intera storia. Che delusione! Esattamente il contrario.” 

La particolarità è che il nostro protagonista è un ratto! Un ratto nato nello scantinato di un negozio di libri, che assaggia i libri per fame e poi impara a leggerli e ad amarli.

Scopriamo il mondo con Firmino, il passare del tempo, la politica e il rinnovamento della città di Boston. Pensieri e ambizioni nonché tantissime avventure e sogni ad occhi aperti di un topo. Un topo che, ad esempio, scoprirà la propria immagine e rimarrà molto deluso.

“Com’è ovvio, avevo visto i membri della mia famiglia e credo che, in realtà, avrei dovuto essere in grado di desumere il mio aspetto a partire da loro. Tuttavia, erano tali e così rilevanti le differenze tra noi che avevo pensato – mi ero voluto a ogni costo convincere, solo adesso me ne rendo conto – che fossimo diversi anche in quel senso.
In ultima analisi, vedere me stesso per la prima volta fu tutt’altra cosa che vedere semplicemente un ratto come tanti. Fu un’esperienza più personale, e più dolorosa anche. […] Non soltanto brutto, ma pure vanitoso – il che aggiungeva ridicolo al ridicolo. Me ne stavo lì, ritto, appena sbilanciato, in tutta l’evidenza inoppugnabile dei miei tratti: piccolo, tozzo, pesolo, e senza mento. Firmino: Fur-Man. Uomo-Pelo. Ridicolo. Il mento, o meglio, la sua assenza, mi addolorò in modo particolare. Per quanto, invero, questa cosa insignificant non fosse in grado di far nulla di così audace come indicare qualcosa, sembrava comunque indicare un evidente mancanza di tempra morale. Avevo l’impressione, inoltre, che quegli occhi neri, sporgenti, mi dessero un’aria ributtante, da rana. Per farla breve, era una faccia sfuggente, disonesta, inaffidabile, la faccia di un tipo meschino. Firmino il vermino. Ma questi particolari – assenza di mento, naso appuntito, denti gialli, ecc – erano irrilevanti in se stessi rispetto al risultato generale. Persino allora, quando la mia idea di bellezza non andava al di là dei disegni di Alice fatti da Tenniel, sapevo che quell’aspetto lì era brutto.” 

 

Un topo sognatore, che ama leggere, ma anche scrivere e ha una propria idea sul mondo e sulle cose del mondo. Un topo che ci insegna importanti massime filosofiche e che si immagina in azione nelle sembianze di Fred Astaire.

È un libro particolare perché abbiamo un topo in versione antropomorfizzata, ma chi ci dice che davvero gli animali non sia capaci di sensibilità uguali (se non maggiori) a quelle degli umani?

Pensa come un uomo, sogna di lavorare nella libreria che è la sua casa e conosce benissimo. È anche un essere molto solo, sarà solo per la maggior parte della sua vita anche perché fa delle scelte un po’ diverse. Sceglie di seguire la sua indole di lettore e non piegarsi a quello che “vuole la società” non fa il topo, sostanzialmente fa l’uomo, per questo è isolato rispetto ai suoi simili (che non capiscono Firmino e le sue stranezze e Firmino a sua volta guarda ai ratti quasi con disprezzo non li capisce).

 

È un’opera di fantasia che vuole essere anche un omaggio alla libreria Brattle Book Shop di George Gloss a Scollay Square dove Savage ha comprato dei libri per lui importanti e alla sua Boston. Infatti la vicenda di Firmino si intreccia con la “ricostruzione” di Scollay Square avvenuta negli anni ’60, quando l’intero quartiere storico è stato demolito e poi ricostruito.

È una lettura molto piacevole, a tratti ironica ma soprattutto malinconica. Il libro presenta anche delle illustrazioni di Firmino nello stile che vediamo già in copertina ed è anche molto citazionista, si trovano interessanti spunti per altre letture.

 

Fatemi sapere se lo avete letto. Vi aspetto nei commenti.


venerdì 30 gennaio 2026

DESTINATARIO SCONOSCIUTO di KATHERINE KRESSMANN TAYLOR

TITOLO: Destinatario sconosciuto 
AUTORE: Katherine Kressmann Taylor         traduzione di: Ada Arduini
EDITORE: Rizzoli
PAGINE: 77
PREZZO: € 10
GENERE: letteratura americana, romanzo epistolare
LUOGHI VISITATI: USA e Monaco di Baviera primi anni '30



Destinatario sconosciuto è un libricino tanto piccolo quanto sorprendente. La sorpresa deriva sia dal contenuto, la vicenda prende a un certo punto una piega quasi inaspettata (almeno per me, davo al titolo un significato completamente diverso, pensavo indicasse il cambiamento nei due amici) sia perché questo libro è stato scritto nel 1939, quindi l’autrice ha in qualche modo precorso gli eventi, ha visto lungo se vogliamo e ha saputo cogliere la deriva totalitaria e l’efferatezza del regime nazista. (noi oggi sappiamo come sono andate le cose e magari leggendo siamo portati a pensare che Kressman Taylor abbia scritto dopo).

Abbiamo due protagonisti, due amici: Martin Schulz e Max Eisenstein, vivono a San Francisco dove gestiscono una galleria d’arte che rende molto bene. Nel 1932 Martin torna in Germania con la famiglia, grazie alle entrate della galleria d’arte è praticamente un milionario, mentre Max resta a San Francisco e continua a gestire la galleria per entrambi. I loro rapporti sono uno scambio di lettere e dopo l’ascesa al potere di Hitler Max riceve da Martin notizie piuttosto preoccupanti.

Per quanto piccolo è un racconto molto intenso e drammatico. Grandissimo protagonista è l’animo umano e la sua mutevolezza, è disorientante vedere il cambiamento: si parte da un’amicizia sincera e leale e poi uno dei due diventa sostenitore del nazismo in barba agli ideali che condivideva fino a poco tempo prima con l’amico.

Kressman Taylor si è ispirata ad alcune lettere che ha visto e ne ha tratto una storia potente, disarmante di amicizia e vendetta; un racconto interamente epistolare che quasi con semplicità svela il potere delle ideologie totalitarie e della propaganda: gli effetti nefasti che possono avere sugli animi umani (ricordo che il libro è uscito prima del 1940, prima che il mondo scoprisse le atrocità del nazismo), mostra il potere dell’ideologia, dell’indottrinamento, la capacità di plasmare e modificare il pensiero di un uomo liberale che passa dallo scetticismo al fanatismo.

È un racconto magnifico che si legge in un’oretta, mi piacerebbe leggere altro di questa autrice ma non ho trovato altri libri disponibili.

Fatemi sapere se lo conoscete. Vi aspetto nei commenti


venerdì 16 gennaio 2026

RINASCIMENTO PRIVATO di MARIA BELLONCI

TITOLO: Rinascimento Privato
AUTORE: Maria Bellonci
EDITORE: Mondadori
PAGINE: 540
PREZZO: € 16
GENERE: letteratura italiana, romanzo storico, biografia romanzata
LUOGHI VISITATI: Ducato di Mantova e Italia nel XVI secolo









Rinascimento privato è un libro molto bello che immerge il lettore nel Rinascimento attraverso le parole di una sua protagonista illustre: Isabella d’Este.

Isabella d’Este è stata una delle donne rinascimentali italiane più importanti, colta, intelligente, influente, una mecenate ha reso la corte mantovana una tra le più interessanti d’Europa dando “una casa” ad artisti come Perugino, Mantegna, Tiziano.

E soprattutto è stata un’ottima governante, abile, strategica e ambiziosa livello politico, ha saputo governare egregiamente il ducato di Mantova traghettandolo fuori da momenti molto bui ed è poi stata reggente per il figlio Federico. Però era una donna e ben consapevole che questo le impediva di raggiungere le posizioni ambite e ben meritate.   

«Io non ho mai fatto nulla per loro, se non soffrire due volte l’esilio. Voi, invece, Isabella, avete lottato e conservato il vostro Stato con l’energia dell’ingegno.»
«Oh, Elisabetta! Mi è stato fatto intendere in tutti i modi che l’ingegno è una condanna per una donna; e si deve pagare caro».”
 

Siamo nel 1533 Isabella si trova nella Stanza degli Orologi e tra le sue carte osserva le “lettere dai caratteri appuntiti” uno scambio epistolare segreto con Robert de la Pole e da qui si sviluppa la narrazione.

“Per causa naturale gli spiriti discordanti si contraddicono l’uno con l’altro; non in questa stanza degli orologi, però, dove sembrano cercarsi per creare una specie di tregua universale sulla misura del tempo. Un’ansia di concordia penetra tra i lumi e l’ombra; io in solitudine sto evocando gli anni pieni a addirittura frenetici che mi sono toccati in sorte: potrei dire che il momento, nel suo donarsi, fa intravedere qualche battito di felicità, parola che gli uomini usano troppo per dichiarare un diritto che sono convinti di essersi acquistati col nascere. La felicità è invece propriamente un lampo istantaneo che chiama il calore fisico da ogni parte del nostro corpo e mentre sale al cervello sparisce. L’infelicità, invece, ha un irraggiamento più tenace nell’assalirci e nel durare, e si mostra in più modi anche analogici. Uno per me è di solito questo: abbasso lo sguardo sul piano di legno dove poggio la mano; atterrita scorgo un’onda lenta che sommerge gli oggetti uno per uno e al momento di straripare per cancellare il mondo si ferma con un frastagliamento schiumoso ai bordi del tavolino; e di lì retrocede dissolvendosi. Felicità e infelicità insondabili che affronto curiosa e indocile come ogni essere di fronte a se stesso. Su una mensola di marmo giallo, a portata di mano, è lo scrigno a parte dove ripongo le carte dai caratteri appuntiti di Robert de la Pole, oggi meno diffidate di quanto siano state altra volta. Non mi piace, o almeno non dovrebbe piacermi l’indugiare su questo mio caso segreto, ma vi sono tanto implicata che non posso impedirmi la sua realtà.”
 

Il romanzo di Bellonci, perché si tratta di un romanzo vero e proprio data anche dalla presenza di personaggi di fantasia come il fondamentale Robert de la Pole, racconta la vita di Isabella d’Este e l’epoca in cui è vissuta. Scopriamo la vita nelle corti italiane, tra politica, intrighi, mecenatismo e scopriamo la Storia d’Italia. Siamo nel pieno del rinascimento e la situazione politica italiana è molto esplosiva: tanti piccoli stati che cercano di espandersi e al contempo devono difendersi dalle potenze straniere che vogliono spartirseli. È l’epoca di Leonardo da Vinci, Michelangelo, Galeazzo Maria Visconti, papa Alessandro VI e i Borgia, papa Giulo II e i Della Rovere, l’imperatore Carlo V (giusto per citare alcuni tra i nomi che incontriamo).

La scrittura è barocca, articolata e ricercata, sia la struttura delle frasi che il lessico sono “rinascimentali”: sembra davvero di ascoltare Isabella d’Este che parla, quasi fossimo i suoi confidenti. Altro elemento caratterizzante è la mancanza di spiegazioni o contestualizzazioni - vengono citati fatti storici e personaggi, io lettore devo sapere di cosa si tratta per poter capire è quindi necessario avere una minima idea della Storia di quel periodo, ovviamente Google è di grande aiuto – ma non potrebbe essere diversamente poiché la narrazione è una sorta di monologo o flusso di coscienza di Isabella.

Tutto ciò rende la lettura più difficile e poco scorrevole, richiede una certa attenzione e per capire anche la volontà di andare a cercare informazioni, ma alla fine ne vale assolutamente la pena.

Fatemi sapere se avete letto questo libro e se conoscete Maria Bellonci cos’altro mi consigliate.


venerdì 9 gennaio 2026

DAVID COPPERFIELD di CHARLES DICKENS

TITOLO: David Copperfield
AUTORE: Charles Dickens traduzione di:
EDITORE: Mondadori
PAGINE: 1120
PREZZO: € 15
GENERE: classico, romanzo di formazione, letteratura inglese
LUOGHI VISITATI: Inghilterra vittoriana nel corso del XIX secolo






David Copperfield è il mio primo approccio a un romanzo di Dickens avevo letto solo il celeberrimo racconto “Canto di Natale”.

Dickens è un autore classico che non ha bisogno di presentazioni e verso cui sento un’affinità per cui penso che mi piaceranno praticamente tutte le sue opere. Inoltre era anche un personaggio, uno scrittore politicamente impegnato che utilizzava le proprie opere per denunciare, per criticare la società dell’epoca, siamo in piena età vittoriana e tanto per dire una cosa ovvia moltissimi bambini (e bambini piccoli) lavoravano, lui stesso è andato a lavorare in una fabbrica da ragazzino a causa dei debiti del padre. Inoltre è stato l’antenato degli audiolibri: organizzava nei teatri letture dei suoi romanzi e faceva sempre il tutto esaurito.

Mi sono approcciata al romanzo praticamente al buio, in realtà la storia per quanto non allegra è meno tragica e drammatica di quello che mi aspettavo – probabilmente perché lo confondevo con Oliver Twist.

Di cosa parla? David Copperfield è un romanzo di formazione dove lo stesso David – quindi scritto in prima persona – ci racconta tutta la sua vita dalla nascita all’età adulta avanzata. Le cose si mettono male fin dall’inizio poiché quando nasce David è già orfano di padre, dopo qualche anno di vita tranquilla con la madre questa si risposa e la convivenza con il patrigno (e sua sorella) sarà piuttosto difficile, David si isola e si rifugia nei libri. Dopo qualche anno in collegio deve abbandonare gli studi e andare a lavorare come galoppino perché il patrigno non ha soldi da spendere per la sua istruzione. Si ricorda di una zia paterna e tenta la fortuna raggiungendola e qui finalmente trova un po’ di pace, ritrova una famiglia: la zia Betsy si prende cura di lui e della sua istruzione e dopo gli studi gli paga la licenza da procuratore presso il tribunale ecclesiastico. David è ormai un giovane uomo con una carriera avviata e si innamora. La vita però riserva tante altre sorprese.

È un libro molto lungo con tanti personaggi e avvenimenti, e dopo un certo punto secondo me il rischio di fare spoiler è alto, quindi mi fermo qui sulla trama. Nonostante la mole è un libro molto scorrevole da cui è difficile staccarsi, come anticipato succedono tante cose e fino alla fine non c’è tregua, ci sono sempre nuovi avvenimenti che cambiano le regole del gioco e partono quindi nuove “avventure”. Io ho trovato un solo difetto in questo libro: è troppo breve, non avrei voluto finisse mai, sarei andata avanti ancora e ancora a leggere, infatti verso la fine l’ho trovato in un certo senso sbrigativo, le ultime cose vengono narrate diciamo per riassunto. Sono ben consapevole che ci sta tutto, non è un vero difetto o una mancanza, nulla è lasciato al caso o al dubbio, tutti i cerchi narrativi si chiudono. Probabilmente a me è piaciuto talmente tanto che mi è dispiaciuto lasciar andare David e tutti gli altri personaggi.

Nel libro vengono trattati tanti temi, la formazione ovviamente, l’amore, la denuncia dei problemi sociali (come il lavoro minorile, il carcere per i debitori, le disuguaglianze, l’eccessivo potere degli adulti sui bambini, temi molto cari a Dickens), la resilienza, la forza di non mollare, la ricerca di sé stessi e del proprio ruolo e posto nel mondo, e l’amicizia. Tanta amicizia, David incontra svariati amici e il rapporto che si crea può essere più o meno sincero e duraturo, non tutte le amicizie sono parimenti solide.

Nonostante sia un classico dell’Ottocento è molto scorrevole, la scrittura è avvincente, ironica e sagace; in questo libro Dickens trasforma ogni cosa in un’emozione. Non posso che consigliare la sua lettura, non ve ne pentirete.

Ora devo solo decidere quale altro romanzo di Dickens leggere, ho già qualche titolo in libreria. Aspetto anche i vostri suggerimenti


martedì 23 dicembre 2025

VITE DA PRESEPE di ANDREA KERBAKER

TITOLO: Vite da presepe
AUTORE: Andrea Kerbaker
EDITORE: Interlinea
PAGINE: 128
PREZZO: € 12
GENERE: raccolta di racconti, letteratura italiana
LUOGHI VISITATI: presepe di casa Kerbaker



“«Oddio, sono diventato matto». È questo che hai pensato una sera di dicembre, quando sei entrato in salotto a notte inoltrata. Avevi fatto davvero tardi, tutto intorno era silenzio. […] Per far decantare gli avvenimenti della giornata ti eri seduto in poltrona a guardare il presepe illuminato dalla stella cometa […] è stato allora che hai sentito le parole. […] Quelle che ti arrivavano erano le voci del presepe.”

Vite da presepe di Andrea Kerbaker è un libricino piccolo piccolo ma meraviglioso, dolce e malinconico. Perfetto da leggere nel periodo natalizio poiché a parlare sono i pezzi del presepe di casa Kerbaker che raccontano, ognuno a modo proprio, una storia.

Le storie raccontate sono tante e diverse possiamo scoprire la vita all’interno del presepe oppure la vita fuori, dove, come e chi le ha create, dove hanno vissuto prima di arrivare a casa Kerbaker o come ci sono arrivate, cosa hanno visto, sentito e provato.

Tra l’altro l’idea alla base del libro di Kerbaker può essere un ottimo esercizio di scrittura o lo spunto per ricostruire la storia del nostro presepe.

Veniamo ora ai racconti, in tutto sono quindici e qui di seguito vi lascio un piccolo riassunto di ciascuno (senza spoiler):

-        La pecorella sbagliata racconta la vicenda della pecorella “giocattolo” cioè di un gioco fattoria che viene inserita nel presepe dalla piccola Valeria, dopo tanti anni questa pecorella è ancora lì e ci racconta quel primo giorno e tutti i cambiamenti e le trasformazioni viste negli anni

-        Un angelo di nome Giuda: un bellissimo angelo di natale decorazione per l’albero che però finisce nel presepe a lato della grotta e poiché ha una corda piuttosto lunga questa viene attorcigliata dando l’impressione di un impiccato

-        Al freddo e al gelo racconta la storia di un fabbro di metallo forgiato proveniente dal sud America e finito in un presepe milanese

-        Un re in esilio: parla Melchiorre un magio deposto e sostituito da uno più nuovo e racconta le sue vicende dalla scatola

-        Il ladrino: racconta di una statuina che rappresenta un ragazzino che fa il ladro e che da grande sarà uno dei ‘ladroni’ crocefissi assieme a Gesù

-        Piccola stanza senza cielo: parla il riflesso della stella cometa nello stagno di carta stagnola, è un personaggio molto pessimista

-        Il pastore errante: racconta la storia di un uomo errabondo alla continua ricerca della propria casa ma ovunque vada sarà sempre uno straniero

-        Forza presepe: racconta le vicende di un fornaio molto intraprendente, un gran lavoratore ma anche un grandissimo ‘trafficone’ alla continua ricerca di nuove fonti di guadagno e pensa anche di darsi alla politica

-        Papà: parla la statuina di Giuseppe che si trova a condividere la grotta con Maria e scopre la sua parte

-        Innamorato da morire: una pastorella triste apprende dai discorsi dei coniugi Kerbaker che il cartolaio da cui l’hanno acquistata è venuto a mancare

-        Rock Around the Ox: la statuina della ragazza con l’anfora arriva da un negozio dove si ascoltava solo musica rock e si stupisce che nel presepe invece non la conosca nessuno

-        L’arte del riciclo: la storia di una bellissima statuina di pastorella intagliata da un famoso scultore ligneo che da casa della zia Tilde finisce riciclata come regalo per casa Kerbaker

-        Acqua e sapone: una delle lavandaie ci racconta il suo lavoro all’interno del presepe

-        Il signor No: è la statuina di un pescatore, un gran criticone (da qui il soprannome) ed è anche una delle statuine più vecchie del presepe supera gli ottant’anni e racconta le vicende e i cambiamenti che ha visto susseguirsi nel tempo

-        Il postino senza posto: a parlare è Pat un postino, souvenir di un viaggio nel Regno Unito, che vorrebbe tanto entrare a far parte del presepe (ha anche tante idee per ammodernarlo e migliorarlo) ma lui sta sulla mensola dei souvenir

 

È diverso il modo di raccontare, il taglio dato al racconto ci sono quelli più simpatici e divertenti e quelli invece più riflessivi e profondi.

Il presepe è uno dei simboli del Natale (anche se io preferisco l’albero e i doni custoditi sotto, lo so sono una persona materiale) e penso che un po’ tutti abbiamo un presepe ricco di storie di famiglia e di ricordi. Penso a quello di casa mia dove la grotta e le casette sono ancora quelle del presepe che faceva mia nonna da bambina (e oggi mia nonna ha superato i settant’anni), quante cose hanno visto, oppure i ricordi legati all’allestimento del presepe da bambina con la mamma e la nonna, la sistemazione dei pezzi, ridipingere la lampadina nella grotta e ancora il ricordo dell’anno in cui siamo andate alla Standa a prendere un sacchettino di pecorelle nuove. Se potesse parlare il vostro presepe cosa racconterebbe?