venerdì 24 aprile 2026

LA STRADA di CORMAC McCARTHY

TITOLO: La strada
AUTORE: Cormac McCarthy         traduzione di: Martina Testa
EDITORE: Einaudi (collana Super ET)
PAGINE: 220
PREZZO: € 13
GENERE: letteratura americana, distopico
LUOGHI VISITATI: futuro distopico/post apocalittico


La strada di Cormac McCarthy è un libro estraniante, doloroso, profondo e disturbante, in una parola dannatamente tosto!

“Quando ci fu luce a sufficienza per usare il binocolo ispezionò la valle sottostante. Tutto sfumava nell’oscurità. La cenere si sollevava leggera in lenti mulinelli sopra l’asfalto. Studiò quel poco che riusciva a vedere. I tratti di strada laggiù fra gli alberi morti. In cerca di qualche traccia di colore. Un movimento. Un filo di fumo. Abbassò il binocolo e si tirò giù la mascherina di cotone dal viso, si asciugò il naso con il polso e riprese a scrutare la zona circostante. Poi rimase seduto lì con il binocolo in mano a guardare la luce cinerea del giorno che si rapprendeva sopra la terra. Sapeva solo che il bambino era la sua garanzia.”

Seguiamo le vicende di un padre e un figlio, soli, in viaggio verso sud, verso luoghi più caldi dove forse sarà più facile (soppra)vivere. Siamo in un mondo distopico, post apocalittico (molto ben rappresentato dall’immagine di copertina) freddo, grigio, buio, dove tutto o quasi è bruciato, devastato, abbandonato. Sicuramente ci sono altri uomini in giro e anche per questo devono costantemente guardarsi le spalle, l’empatia e la solidarietà sono rarissime se non estinte come tutti gli animali e le piante. Ci sono molte persone cattive in giro, bande, organizzazioni armate che cacciano altri uomini per farli schiavi e nutrirsene ad esempio ma anche altri disperati. È un mondo durissimo, dove vige la legge del più forte, dove è in gioco la sopravvivenza stessa e si fa di tutto pur di vivere un giorno in più. Tutto sommato non mi sento di condannare o biasimare i “cattivi”: o muori tu o muoio io. È un libro che porta sicuramente a riflettere su cosa faremmo noi? Cosa farei io in una situazione del genere? Sceglierei di vivere oppure no? E in caso affermativo con quali mezzi e modalità?

Al mattino si svegliò, si rigirò nella coperta e guardò fra gli alberi verso la strada nella direzione da cui erano venuti appena in tempo per veder comparire una schiera di persone che avanzavano in fila per quattro. Indossavano vestiti di ogni tipo, ma tutti portavano una sciarpa rossa al collo. Rossa o arancione, quanto di più vicino al rosso erano riusciti a trovare. Poggiò la mano sulla testa del bambino. Shh, disse.
Papà, cosa c’è?
Gente che passa sulla strada. Tu stai giù. Non guardare.
Niente fumo dal fuoco ormai spento. Il carrello ben nascosto. L’uomo si appiattì al suolo e rimase a spiare da sopra gli avanbracci. Un esercito di scarpe da ginnastica che avanzava incespicando. In mano pezzi di tubo lunghi un metro avvolti in strisce di cuoio, assicurati al polso con un cordoncino. Dentro alcuni di questi tubi scorrevano catene che avevano all’estremità corpi contundenti di ogni tipo. Passarono sferragliando, con l’andatura dondolante dei giocattoli a molla. Barbuti, l’alito che evaporava attraverso le mascherine. Shh, disse l’uomo. Shh. La falange che seguiva i primi era armata di aste o lance guarnite di nastri, le lunghe lame ricavate da sospensioni di camion rimodellate sull’incudine di qualche rozza fucina più a nord. Il bambino era steso con la testa fra le braccia, terrorizzato. Passarono a poco più di cinquanta metri di distanza da loro facendo vibrare il terreno. Pestando forte i piedi. Di seguito venivano una serie di carri trainati da schiavi in catene, carichi del bottino di guerra, e dopo ancora le donne, forse una dozzina, alcune incinte, e infine, di scorta, un gruppetto di catamiti, troppo poco coperti per quel freddo, dotati di collare e aggiogati insieme. Sfilarono gli uni dopo gli altri. Loro due rimasero in ascolto.
Papà, se ne sono andati?
Sì, se ne sono andati.
Li hai visti?
Sì.
Erano i cattivi?
Sì, erano i cattivi.
Ce ne sono tanti di questi cattivi.
Sì, infatti. Ma se ne sono andati.
Si alzarono e si ripulirono, ascoltando il silenzio tutto intorno.
Dove vanno, papà?
Non lo so. Ma si stanno spostando. Non è un buon segno.
Perché non è un buon segno.
Non è un buon segno, punto e basta. Dobbiamo dare un’occhiata alla cartina.”

 

La narrazione è molto particolare anzitutto il romanzo è suddiviso esclusivamente in paragrafi (non ci sono capitoli), con frasi tendenzialmente corte e molto corte. E viene fatto un uso particolare della punteggiatura soprattutto per i dialoghi che si caratterizzano per l’assenza di punteggiatura introduttiva come le virgolette: sono semplicemente frasi o spesso affermazioni che si susseguono. Se da un lato non sono facilissimi da seguire (io sono dovuta tornare indietro più volte e magari anche scrivere vicino/tenere traccia di chi stesse parlando perché trattandosi per lo più di botta e risposta a monosillabi quando sono più lunghi diventa più complesso seguirli, ma magari è solo un problema mio) dall’altro ciò rende la narrazione estremante fluida e scorrevole. La scrittura è cruda, diretta, essenziale, non descrittiva (pur fornendoci il quadro completo di quello che dobbiamo sapere), tragica.

Altra particolarità è che i protagonisti non hanno nomi o perlomeno noi non li conosciamo, ci vengono indicati sempre come padre e figlio oppure uomo e bambino, quindi una narrazione di estremamente apersonale, asettica mi viene da dire ma ciononostante in grado di creare un’empatia molto profonda con il lettore (o perlomeno io sono entrata moltissimo in empatia). E in generale non ci sono nomi di luoghi specifici, se non il pianeta terra.

“Arrivati qui dobbiamo attraversare un ponte. A occhio e croce saranno una dozzina di chilometri. Questo è il fiume. Scorre verso est. Noi dobbiamo seguire la strada da questa parte, lungo il versante orientale delle montagne. Le nostre strade sono queste qui, segnate in nero. Le strade statali.
Perché si chiamano statali?
Perché una volta erano di proprietà degli stati. Di quelli che all’epoca si chiamavano stati.
E adesso di stati non ce ne sono più?
No.
Che fine hanno fatto?
Non lo so di preciso. È una bella domanda.
Ma le strade ci sono ancora.
Sì. Almeno per un po’.
Per un po’ quanto?
Non lo so. Magari per un bel pezzo. Quelle è impossibile sradicarle, quindi dovrebbero restare al loro posto per un bel pezzo.
Ma non ci passeranno più le macchine e i camion.
No.
Ok.
Sei pronto?
Il bambino annuì. Si asciugò il naso sulla manica e si mise in spalla il piccolo zaino, l’uomo ripiegò i pezzi di cartina e si alzò e il bambino lo seguì fra gli spuntoni grigi degli alberi fino alla strada.”

 

Il mondo in cui la storia è ambientata è un modo post apocalittico ma il mondo di partenza era un modo uguale al nostro o forse è meglio dire il nostro, è poi successo qualcosa (che non sappiamo) che ha portato alla situazione del presente narrativo, ci sono vari accenni ai cambiamenti del mondo – nei rari momenti di ricordo dell’uomo/padre – forse delle guerre, dei massacri delle lotte di qualche tipo tra uomini, tra i sopravvissuti alle prime catastrofi. Saranno rimasti dei buoni?

“Secondo te quanta gente c’è ancora viva?
Nel mondo?
Nel mondo. Sì.
Non lo so. Fermiamoci a riposare.
Ok.
Mi stai facendo stancare.
Ok.
Si sedettero tra i loro fagotti.
Papà, per quanto tempo possiamo restare qui?
Me l’hai già chiesto.
Lo so.
Vedremo.
Quindi non molto.
Probabilmente no.
Il bambino si mise a bucherellare la sabbia con le dita fino a che non ebbe formato un cerchio tutto attorno a sé. L’uomo lo guardava. Non lo so quanta gente è rimasta, disse. Secondo me non moltissima.
Già. Il bambino si strinse la coperta attorno alle spalle e guardò verso la spiaggia grigia e deserta.
Cosa c’è?, disse l’uomo.
Niente.
No. Dimmi.
Potrebbero esserci delle persone vive in qualche altro posto.
Cioè dove?
Non lo so. In qualunque posto.
Intendi fuori dalla terra?
Sì.
Non credo. Non si può vivere da nessun’altra parte.
Neanche se fossero riusciti ad arrivarci?
No.
Il bambino distolse lo sguardo.
Cosa c’è?, disse l’uomo.
Il bambino scosse la testa. Non so cosa ci stiamo a fare qui, disse.
L’uomo stava per rispondere. Ma poi non lo fece. Dopo un po’ disse: Ce ne sono di persone. Ce ne sono, e noi le troveremo. Vedrai.”

Altro punto di riflessione molto importante è come siamo arrivati a questo mondo? Non ci sono spiegazioni ma solo (incidentali) descrizioni del paesaggio circostante, degli accenni a tempeste di fuoco di qualche tipo che hanno bruciato e carbonizzato tutto al loro passaggio, talvolta sciogliendo cose e persone (non sappiamo cosa possano averle causate ma potremmo ragionarci: meteoriti? Bombe atomiche? Giusto per citare le cose più ovvie, e il pensiero agli effetti dell’atomica è la prima cosa che mi è venuta in mente leggendo). È vero non sappiamo cosa è successo ma per come il mondo sta andando oggi (e anche qui per citare le cose più ovvie: guerre, cambiamenti climatici, zero rispetto per l’ambiente) nel lungo termine non posso escludere che potremmo arrivarci.

È una lettura molto forte, straziante, non vedevo l’ora di arrivare alla fine sia per vedere come vanno le cose sia perché era proprio pesante, dopo le sessioni di lettura avevo bisogno di cose leggere, di frivolezze per risollevarmi in qualche modo il morale, per staccare la testa per compensare la pesantezza (in senso positivo, l’importanza, la potenza) di queste pagine. È un libro che ricordo benissimo a distanza di anni, dove la mente continua a ritornare.

“Si voltò a guardare il bambino. Forse per la prima volta, capì che ai suoi occhi lui era un alieno. Un essere venuto da un pianeta che non esisteva più. Le storie che raccontava erano sospette. Non poteva ricostruire il mondo perduto per compiacerlo senza trasmettergli anche il dolore della perdita, e pensò che forse il bambino lo sapeva meglio di lui. Cercò di mettere a fuoco il sogno ma non ci riuscì. Ne conservava solo la sensazione. Forse quelle creature erano venute per metterlo in guardia. Su cosa? Sul fatto che non poteva riaccendere nel cuore del bambino ciò che era ormai cenere nel suo. Anche ora, una parte di lui rimpiangeva di aver trovato quel rifugio. Una parte di lui continuava a desiderare la fine.”

Sicuramente voglio leggere altro di McCarthy ho già in libreria Meridiano di Sangue, mi è parso di capire che la cifra stilistica sia la scrittura cruda e diretta ma che poi abbia spaziato molto nei generi ad esempio il citato Meridiano di sangue è un western.

Come accennato prima il plus di questo libro è la copertina che è bellissima e molto emblematica di questo mondo post apocalittico, tutto grigio, secco, pieno di fumo e fumoso dove ritroviamo i segni della civiltà, della nostra civiltà moderna, sbiaditi, scoloriti, abbandonati.

È una lettura che consiglio, seppur non semplicissima soprattutto dal lato emotivo che porta a riflettere molto sia su cosa faremmo noi sia su come si è arrivati a questo punto.

Fatemi sapere se lo avete letto. Vi aspetto nei commenti.


venerdì 17 aprile 2026

JUMPERS UN SALTO TRA GLI ANIMALI

TITOLO: JUMPERS - Un salto tra gli animali
REGISTA: Daniel Chong
SCENEGGIATURA: Jesse Andrews e Daniel Chong
DURATA: 105 minuti
GENERE: commedia - animazione
AMBIENTAZIONE: oggi


Da quanto tempo non andavo al cinema? Almeno dieci anni. Bella esperienza, anche se io preferisco la comodità del mio salotto (posso interrompere e prendere appunti). È stata la prima volta che abbiamo portato al cinema Giulia e infatti abbiamo scelto l’ultimo film d’animazione firmato Disney Pixar: Jumpers. Un salto con gli animali.

Abbiamo una storia dolce amara, protagonista la giovane Mabel che non accetta la distruzione dello stagno - dove andava sempre da piccola con la nonna - per far posto a una nuova tangenziale. Mabel è una guerriera e si batte per la sua causa con ogni mezzo che ha a disposizione, purtroppo è sola nella battaglia. Casualmente scopre un progetto scientifico sperimentale che permette agli scienziati di trasferire momentaneamente il proprio cervello, la propria coscienza all’interno di un sofisticato ed iper realistico robot (lo scopo è avvicinare gli animali per studiarli senza spaventarli). Mabel si introduce nel corpo di un castoro e va alla ricerca di questo animale per convincerli a tornare allo stagno e così salvarlo. E qui viene il bello perché si scopre un mondo animale davvero meraviglioso, vediamo il mondo animale dal corpo di un animale ma con gli occhi e la sensibilità di un umano. Il mondo dei mammiferi è governato da un castoro Re George che ha una filosofia di vita davvero bellissima e che dovremmo adottare tutti quanti: "Uomini e animali, viviamo tutti sotto lo stesso cielo".

Un mondo in cui i vari animali coesistono e cercano di vivere tranquilli e in pace nella consapevolezza che tutti devono o meglio cercano di vivere/sopravvivere e per farlo qualcuno mangia qualcun altro.

Le avventure che vive Mabel sono davvero tantissime, anzitutto gli scienziati a cui a “rubato” la strumentazione fanno di tutto per riportarla a casa, ma lei continua imperterrita per la sua strada, diciamo che il primo problema che incontriamo è che Mabel comunque resta un umano e cerca di influenzare il mondo animale e questo non è giusto/corretto neanche se guidato da fini nobili.

È una storia a tratti davvero esilarante ma che pone l’accento su aspetti molto importanti del nostro quotidiano in particolare il rispetto del mondo animale e naturale che ci circonda. Spesso noi umani pensiamo di essere superiori ma non è così.

Fatemi sapere cosa ne pensate se lo avete visto. Altrimenti vi consiglio di recuperarlo, anche se è un cartone animato non è solo per bambini anzi trovo che anche gli adulti possano trovare importanti insegnamenti e spunti di riflessione, con il plus di poter condividere la visione con i nostri piccoli.


venerdì 10 aprile 2026

LA SOVRANA LETTRICE di ALAN BENNETT

TITOLO: La sovrana lettrice
AUTORE: Alan Bennett          traduzione di: Monica Pavani
EDITORE: Adelphi (collana Gli Adelphi)
PAGINE: 95
PREZZO: € 10
GENERE: letteratura inglese
LUOGHI VISITATI: Inghilterra, corte della Regina Elisabetta II primi anni 2000




“Inseguendo l’amore si rivelò un’ottima scelta, a suo modo determinante. Se Sua Maestà si fosse orientata su un altro macigno, per esempio un romanzo giovanile di George Eliot o uno degli iniziali di Henry James, nella sua qualità di novizia avrebbe potuto scoraggiarsi per sempre e la faccenda si sarebbe chiusa lì. Avrebbe pensato che leggere era un lavoro.
Invece fin dalle prime pagine il romanzo della Mitford la coinvolse tanto che quella sera il duca, passando davanti alla sua stanza con la borsa dell’acqua calda, la sentì sbellicarsi dal ridere, e pensò bene di affacciarsi alla porta.
«Tutto bene, vecchia mia?»
«Certo. Sto leggendo.»
«Di nuovo?» E il duca se ne andò scuotendo la testa.
La mattina dopo Sua Maestà aveva il naso chiuso ed essendo libera da impegni disse che rimaneva a letto perché sentiva i primi sintomi dell’influenza. Non era da lei e non era neanche vero; ma così poteva continuare a leggere il suo libro.”
 

 

La sovrana lettrice di Alan Bennett è un libricino simpatico e divertente dove la regina Elisabetta II scopre e si innamora della lettura, dei libri e diventa una di noi: una lettrice forte. E Bennett si immagina cosa potrebbe accadere, come cambierebbe la vita della regina ma anche dei sudditi. Abbiamo una regina con pile di libri da leggere, che si porta sempre un libro in borsetta per i ‘tempi morti’ e che si annoia perché l’unica cosa che davvero desidera è tornare al suo libro.

“Stava anche scoprendo che un libro tira l’altro; ovunque si voltava si aprivano nuove porte e le giornate erano sempre troppo corte per leggere quanto avrebbe voluto.”
 

 La narrazione è scorrevole, molto divertente e ironica. L’umorismo da quello che ho capito è una cifra stilistica di Bennett. Ma oltre ad essere divertente, il sottotesto contiene anche delle riflessioni sulla vita e sulla lettura - non solo sulla “dura vita del lettore”.

Fatemi sapere se lo avete letto e cos’altro mi consigliate di questo autore. Vi aspetto nei commenti.


venerdì 27 marzo 2026

PINK POST. ANTOLOGIA DI FUMETTO FEMMINISTA a cura di ELISABETTA SEDDA

TITOLO: Pink Post. Antologia di fumetto femminista
AUTORE: a cura di Elisabetta Sedda
EDITORE: Feltrinelli
PAGINE: 128
PREZZO: € 18
GENERE: letteratura italiana, grapich novel, letteratura femminista

Oggi parliamo di Pink Post. Antologia del fumetto femminista a cura di Elisabetta Sedda.

Come dice il sottotitolo siamo in presenza di una raccolta di grapich novel, un’antologia dove vengono raccolte nove storie grafiche di nove artiste diverse che con la propria sensibilità e mano ci raccontano a modo loro una tematica particolare. Tutti i temi sono tutti legali alla “donna” il corpo, la mente, l’istinto femminile, il piacere, la femminilità, l’essere donna e tutte le relative conseguenza, cosa succede in caso di abuso oppure quando hai il coraggio di scegliere te stessa, oppure ancora l’assenza di sorellanza.

È necessaria una precisazione importante io non sono una conoscitrice di fumetti o grapich novel e ne leggo pochissimi quindi non ho le capacità e l’esperienza per parlare (“giudicare”) ma mi baso esclusivamente sul gusto personale che in materia si sta appena appena formando.

Una lettura molto interessante e ottima anche per conoscere nuove fumettiste.

L’opera come detto è una raccolta e quindi è necessariamente eterogenea poiché abbiamo nove artiste che hanno anzitutto un diverso stile grafico e narrativo e poi naturalmente interpretano il tema assegnato a modo loro. Ma al contempo è anche un’opera coesa perché le tematiche corrispondono ad altrettanti capitoli e ogni capitolo segue la medesima struttura: abbiamo una citazione, una breve introduzione/spiegazione del tema e del fumetto e una brevissima biografia dell’autrice e poi segue appunto il fumetto.

E all’inizio troviamo un’interessante prefazione di Michela Murgia che analizza anche la narrazione del femminile in letteratura e in generale nella società.

“Per questo avere o non avere la possibilità di generare una narrazione di sé è la condizione più politica che c’è. Quando si dice che la storia la scrivono i vincitori si pensa subito alle guerre, agli sconfitti e ai troiani, alla visione militare delle cose. […] Lo sapeva perfettamente Alison Bechdel quando disegnò la famosa striscia da cui si originano i tre parametri del test*** che prende il suo nome: la storia delle donne esiste solo se ce ne sono almeno due, hanno un nome proprio e parlano tra loro di qualcosa che non siano i maschi. […] per cominciare a esistere nel nostro stesso immaginario abbiamo dovuto diventare capaci di sognarci fuori dai sogni degli uomini e cambiare completamente di prospettiva, consapevoli del fatto che per secoli ci siamo guardate l’un l’altra vedendo solo quello che avrebbe visto un uomo. Questo fanno le narrazioni: ti impongono lo sguardo sulla realtà e anche se gli occhi rimangono i tuoi, i parametri con cui osservi non ti appartengono più. […] Il risultato è che, a forza di leggere di noi stesse una storia sola, per troppo tempo ci siamo convinte che nella vita il nostro perché fosse in realtà un per chi.”

***Test di Bechdel: è un metodo utilizzato per valutare l’impatto dei personaggi femminili nelle trame delle opere di finzione

Lettura interessante anche per approfondire tematiche femministe e aprire gli occhi, anche i nostri perché spesso ignoriamo e non applichiamo la sorellanza!

Tra i miei preferiti I, VII e VIII.

Di seguito vi parlo brevemente dei 9 grapich novel senza spoiler:

 

Capitolo I – Corpo di donna – Centimetri di Sara Menetti:

Corpo di donna è dedicato in particolare alla gravidanza, che è forse il passaggio che maggiormente cambia non solo la vita ma anche il corpo di una donna. Come dice il titolo oggetto di narrazione sono i centimetri aspetto che permea e condiziona continuamente la vita delle donne dalla lunghezza di capelli e di gonne e pantaloni alle dimensioni del corpo.

Una narrazione per immagini molto bella, delicata ma efficace, i toni sono il nero e il giallo con il testo che segue un doppio binario a fondo nero per la narrazione generale e bianco per le vignette delle singole tavole.

 

Capitolo II – La mente e il sogno – Würstelini Dream di Alice Socal

Storia un po’ caotica che racconta tanto e niente: siamo nella testa della disegnatrice ma anche fuori, vengono trattati tanti temi come il cibo, il desiderio, l’affetto, la gravidanza, il desiderio di maternità, creatività e necessità di apprezzamento altrui soprattutto sui social. Si ispira un po’ alla teoria freudiana sulle donne e la loro invidia per il pene maschile.

Da un punto di vista grafico mi ha fatto pensare a un fumetto giapponese (spero di rendere l’idea anche se non ne so praticamente nulla né di fumetti né tantomeno di fumetti giapponesi) molto colorato con la presenza di questi tipo würstel o vermicelli (che imitano la forma fallica) che guardano, giudicano e commentano.

 

Capitolo III – L’istinto femminile – Pensiero di donna di Margherita Morotti

È un fumetto molto concettuale (forse quello che mi è piaciuto meno): rappresenta un gioco di bambini, un fortino dove per essere ammessi/entrare è richiesto avere ‘pensiero di donna’ e da qui mille interpretazioni e sfaccettature.

 

Capitolo IV – L’occhio giudicante – Occhio per occhio di Sara Pavan

È una storia che mostra come spesso le donne siano le prime nemiche delle donne. Abbiamo due donne, due professioniste una veterinaria e una poliziotta, che per una serie di vicissitudini si incontrano in ambito professionale, ma fin da subito noi vediamo che a predominare è il meccanismo del giudizio verso l’altra donna, anziché la sorellanza.

 

Capitolo V – La bocca – Un fatto privato di Alice Milani

La bocca dell’argomento è quell’organo che molto spesso usiamo a sproposito per giudicare, per dire sciocchezze ma che invece non usiamo per far sentire la nostra voce soprattutto quando siamo donne e abbiamo ragione, abbiamo un fatto grave da denunciare, ma preferiamo dimenticare perché sappiamo già che cosa uscirà dalla bocca degli altri e quindi la cosa più semplice è far finta di niente. La violenza sulle donne è un fatto privato un fatto da dimenticare perché diversamente incappiamo in tante bocche che invece di denunciare il fatto e/o sostenerci ci colpevolizzano. Come nella storia narrata quando l’unico modo che hai di parlare di una violenza subita è con una sconosciuta anni dopo liquidando la cosa come un tuo errore, una tua imprudenza.

 

Capitolo VI – Il cuore- Piezz’e’ core di La Tram

Una protagonista coraggiosa che ha avuto la forza di scegliere sé stessa e il proprio benessere anziché quello di un uomo e quello della madre perché lasciando il quasi marito ha deluso le aspettative materne, e pur consapevole delle conseguenze ha avuto la forza e il coraggio di fare la scelta che sentiva più giusta per sé.

 

Capitolo VII – Gli organi femminili – Destino anatomico di Silvia Rocchi

Molto immaginifico perché permette un viaggio nei luoghi comuni e falsi miti sulla sessualità femminile. La donna deve essere sempre sottomessa e se cerca risposte oppure peggio (è sarcasmo) addirittura la propria felicità finisce male, tanto che la protagonista viene fatta rinchiudere in manicomio dal marito (pratica piuttosto diffusa in passato). Una storia dolceamara e commovente ma anche un grande insegnamento, con una lettera della protagonista alle nipoti e pronipoti dove racconta la sua storia e le invita ad essere consapevoli di sé! Probabilmente il mio preferito.

Capitolo VIII – Il piacere – Mea Vulva di Cristina Portolano

La visione in grapich novel della prima descrizione del piacere femminile che risale a una monaca benedettina medievale proclamata santa. Molto interessante. Predominano il blu e il giallo senape. Viene fornita una visione lucida di un qualcosa di estremamente naturale che però nella declinazione femminile è mal visto se non condannato.

 

Capitolo IX – La femminilità – Ave di FumettiBrutti

Una sorta di monologo dove una donna racconta l’essere donna, “l’essere femmina” partendo da cosa le è stato detto/insegnato dalle amichette. È anche questo un grapich novel abbastanza concettuale dove il colore predominante è l’azzurro.

 

Fatemi sapere se lo avete letto ed eventualmente cos’altro mi consigliate di queste autrici.


venerdì 13 marzo 2026

ATTI OSCENI IN LUOGO PRIVATO di MARCO MISSIROLI

TITOLO: Atti osceni in luogo privato
AUTORE: Marco Missiroli
EDITORE: Feltrinelli
PAGINE: 256
PREZZO: € 11
GENERE: letteratura italiana, romanzo di formazione
LUOGHI VISITATI: Parigi e Milano dagli anni 70 in avanti



Una storia di formazione, quella di Libero Marcel che noi conosciamo dodicenne appena trasferitosi a Parigi. E con questo ragazzino che piano piano scopre sé stesso, la sessualità e il mondo, alle prese con una nuova vita, in un nuovo paese e in una nuova scuola in cui ambientarsi che cresciamo troviamo un amico, una locale vicino casa (Cafè Les Deux Magots molto particolare perché è il pub dove è ospite fisso Sartre) e naturalmente scopriamo l’amore. Con il passare del tempo arriva poi la voglia di fare qualcosa per gli altri e in particolare per i più deboli ed emarginati. Ci sarà il ritorno nella natia Milano, lo studio e il lavoro in un’osteria sui navigli e in uno studio legale.

Un libro sulla vita, sulle sue sfumature e sfaccettature, sulle scelte di ognuno di noi, sull’amore e sulle relazioni amorose e come si vive, come si evolve una persona grazie ai libri, ai film e alle persone che la circondano.

Un libro che sa essere straziante come la vita, inizia in un modo molto scanzonato e diventa poi molto più doloroso e “vero” in un modo che all’inizio non ti aspetti, ma leggendo cresci con Libero, vivi la sua vita che va avanti fino a diventare un uomo adulto.

Un romanzo di formazione e di crescita, di scoperta di sé stessi e del proprio posto nel mondo, di scoperta del proprio corpo e dalla sessualità.

È un libro dove si parla molto di libri e dell’impatto (del potere, salvifico anche) che hanno sulla vita delle persone. È in qualche modo un libro che parla anche di libri dove ogni libro che leggiamo è legato a un particolare ricordo, questo almeno ce lo abbiamo tutti noi lettori (ma come detto prima parla anche di molto altro).

Sono rimasta piacevolmente stupita, si sa che non sono una grandissima fan della letteratura italiana contemporanea non di genere, ma questo autore mi ha strabiliato e vorrei leggere altro di suo, a proposito se avete consigli sono ben accetti.

Devo dire che questo libro è protagonista di un fun fact (che prima o poi devo decidermi a farci una rubrica): lo vedevo in giro e dicevo no, non è per me, poi lo legge una ragazza che seguo su instagram e mi viene voglia di leggerlo e caso vuole che proprio in quei giorni esca la promozione Feltrinelli di due libri a 9,90 e c’è anche questo volume, lo prendo e lo leggo subito, rimanendone come detto piacevolmente stupita.

 

Vi aspetto nei commenti per sapere se lo conoscete e cos’altro mi consigliate di Missiroli.


venerdì 6 marzo 2026

DONNE CHE PARLANO di MIRIAM TOEWS

TITOLO: Donne che parlano
AUTORE: Miriam Toews         traduzione di: Maurizia Balmelli
EDITORE: Marcos y Marcos
PAGINE: 253
PREZZO: € 18 
GENERE: letteratura canadese
LUOGHI VISITATI: fittizia comunità mennonita




“Le riunioni sono state organizzate in fretta e furia […] in risposta alla strane aggressioni di cui le donne di Molotschna erano state vittime negli ultimi anni. Dal 2005, quasi ogni ragazza o donna è stata stuprata da quelli che nella colonia molti credevano essere fantasmi, o Satana, presumibilmente quale punizione per i loro peccati. Le violenze avevano luogo di notte. Mentre le famiglie dormivano, le ragazze e le donne venivano rese incoscienti con uno spray anestetico che si usa per il bestiame, ricavato dalla pianta di belladonna. L’indomani si svegliavano doloranti, stordite e spesso sanguinanti, e non capivano il perché. Ultimamente è venuto fuori che gli otto demoni responsabili degli stupri erano uomini di Molotschna in carne ed ossa, parecchi dei quali sono parenti stretti – fratelli, cugini, zii, nipoti – delle vittime.” 

 

Un libro che racconta una storia aberrante ma che non è frutto della fantasia dell’autrice ma trae spunto da un fatto di cronaca realmente accaduto in una comunità mennonita della Bolivia. Inoltre la stessa Toews ha vissuto in una comunità mennonita che ha poi abbandonato al raggiungimento della maggiore età.

Immaginate una comunità religiosa mennonita, chiusa al mondo esterno ed estremamente religiosa e timorata di Dio. Immaginate che le donne di questa comunità (analfabete e prive di qualsiasi potere decisionale) si sveglino intontite, con evidenti segni di violenza e immaginate infine che la spiegazione che viene data loro è che si tratti di una punizione divina per i loro peccati oppure opera di fantasmi o altri diavoli.

Infine immaginate che si scopre che a compiere le violenze erano uomini della comunità.

Donne che parlano racconta i due giorni in cui le donne dalla comunità di Molotschna (comunità fittizia) si riuniscono nel fienile per decidere cosa fare della propria vita: o perdonano gli aggressori oppure devono lasciare la comunità. Sì, avete letto bene, loro le vittime o perdonano oppure devono andarsene non sono bene accette!

 

Trovo a dir poco aberrante il comportamento degli uomini le mogli, le figlie, le sorelle e le madri vengono narcotizzate e violentante brutalmente nel sonno: mi sta bene che credi che possa essere opera del diavolo o una punizione divina (siamo pur sempre in una comunità iper credente) ma nel momento in cui scopri che sono stati altri uomini e non uomini qualsiasi, degli estranei ma uomini della tua stessa comunità, cosa fanno? Chiedono giustizia? Li fanno cacciare? No, e poi ancora no. Vanno in città a vendere il bestiame per pagare agli aggressori la cauzione e riportarli a casa. E alle donne si chiede di perdonare oppure andarsene.

“Gli altri uomini della colonia (salvo quelli rimbambiti o decrepiti, e il sottoscritto per avvilenti ragioni) sono andati in città a pagare la cauzione per gli aggressori incarcerati, nella speranza che possano tornare a Molotschna in attesa del processo. Al loro ritorno alle donne di Molotschna verrà data l’opportunità di perdonarli, così da garantire a ciascuno il suo posto in paradiso. Se non perdonano gli uomini, dice Peters, le donne dovranno lasciare la colonia e uscire nel mondo, del quale non sanno nulla. Le donne hanno pochissimo tempo, due giorni soltanto, per organizzare la risposta.
Ieri, come mi ha raccontato Ona, le donne di Molotschna hanno votato. Le opzioni erano tre.
1. Non fare niente
2. Restare e combattere
3. Andarsene
Ogni opzione era illustrata da una figura perché le donne non sanno leggere.”

 

È una lettura che fa male.

È una lettura non facile sia per la tematica trattata (condizione femminile in generale oltre le violenze, le donne sono considerate meno delle bestie, a loro è richiesta cieca obbedienza e soggezione, non sanno leggere né scrivere, non hanno mai messo piede fuori dalla colonia) sia per la struttura narrativa e il tipo di narratore.

Quello che leggiamo è praticamente il verbale delle riunioni redatto da Epp, un uomo che fa il maestro nella comunità dove è ritornato da poco ed è considerato la pecora nera. La narrazione si concentra sui due giorni e tutto il resto lo conosciamo leggendo anche grazie alle note dello stesso Epp, inoltre i dialoghi non sono segnati da punteggiatura ma solo dalla lettera maiuscola. Devo dire che i “difetti” della narrazione (che rendono poco scorrevole la lettura) sono però congeniali all’ambientazione e alla voce narrante, alcuni concetti sono riassunti da Epp e lo dice, ad esempio quando parla di patriarcato. 

“Siamo le donne di Molotschna. L’intera colonia di Molotschna si fonda sul patriarcato (nota del traduttore: Samolmè non ha usato la parola ‘patriarcato’ l’ho inserita io al posto di un’imprecazione di origine misteriosa, più o meno traducibile con parlare con i fiori) dove le donne vivono una vita di serve mute, sottomesse e obbedienti. Bestie. Ragazzini di quattordici anni sono tenuti a impartirci ordini, a determinare i nostri destini, a votare le nostre scomuniche, a parlare ai funerali dei nostri nuovi nati mentre noi rimaniamo in silenzio, a interpretare la bibbia per noi, a guidarci nel culto, a punirci! Non siamo membri Mariche, siamo merce. (di nuovo una nota del traduttore a proposito della parola merce, situazione analoga alla precedente). Prosegue Salomè: Dopo averi consumate al punto che a trent’anni sembriamo sessantenni col grembo che si riversa letteralmente sui pavimenti impeccabili delle nostre cucine, esausto, i nostri uomini passano alle nostre figlie. E se potessero ci venderebbero tutte all’asta.”

Voglio approfondire Towes che mi è parso di capire essere una scrittrice la cui prosa spazia molto in termini di temi trattati.

A me è piaciuto moltissimo, oltre ad avermi fatto parecchio arrabbiare. Fatemi sapere se lo avete letto.

Vi aspetto nei commenti.


venerdì 20 febbraio 2026

FAHRENHEIT 451 di RAY BRADBURY

TITOLO: Fahrenheit 451
AUTORE: Ray Bradbury traduzione di: Giuseppe Lippi
EDITORE: Einaudi
PAGINE: 210 
PREZZO: € 12
GENERE: letteratura americana, distopico
LUOGHI VISITATI: America distopica






I pompieri vanno in giro a bruciare le case di chi possiede libri invece di spegnere gli incendi.

Siamo in un mondo futuristico e ipertecnologico (tanto più che il libro è stato scritto negli anni ’50) con un sistema politico di tipo dittatoriale dove le persone non devono pensare e di conseguenza è proibito leggere e possedere libri. Lo vieta la legge ed esiste uno specifico corpo di pompieri che vanno in giro con i lanciafiamme a bruciare i libri delle persone “sovversive” che infrangono questa legge, si parla di fuochi che si fanno di notte per rendere il tutto più spettacolare. I pompieri come li conosciamo non servono perché le case sono ignifughe.

“«[…] ecco perché un libro è come un’arma carica nella casa del vicino. Brucialo, togli le munizioni all’arma. Entra nella mente dell’individuo. Chi può dire quale sarà il bersaglio di un uomo colto? Io non riuscirei a sopportarne uno neanche per un secondo. Quando le case sono diventate ignifughe, in tutto il mondo (l’altra sera avevi ragione, è successo col tempo), non c’è stato più bisogno dei pompieri per le vecchie esigenze. È stato loro assegnato un nuovo compito, quello di custodi della pace mentale, i difensori della nostra comprensibile e legittima paura di sembrare inferiori: così sono diventati censori ufficiali, giudici e giuria. Questo sei tu, Montag, e questo sono io.»”

 

È il potere politico che decide cosa va bene e cosa no, le persone devono limitarsi a vivere e ad essere felici perché non dovendo/potendo pensare sono felici, è questo quello che il potere con la sua propaganda fa credere e riesce a far credere alla maggior parte delle persone.

Se non possono leggere e pensare cosa fanno le persone? Guardano show televisivi, si imbambolano davanti a grandi schemi che forniscono tutto lo spettacolo e l’intrattenimento necessario. Ma ovviamente qualche “sovversivo” c’è.

“«… Se non vuoi che qualcuno sia politicamente scontento, non fargli sapere che la questione ha due aspetti: digliene uno soltanto e non si preoccuperà. Meglio ancora, non dirgli niente. Fagli dimenticare che esiste la guerra. Se il governo è inefficiente, ingiusto e vuole troppe tasse, è meglio che rimanga com’è piuttosto che la gente si agiti. La pace Montag. Dai alla gente concorsi a premi in cui basta conoscere le parole delle canzoni più famose, le capitali degli stati o quanto granoturco si è prodotto l’anno scorso nello Iowa. Riempila di informazioni innocue, rimpinzala di tanti ‘fatti’ e si sentirà intelligente solo perché sa le cose. Loro crederanno di pensare, avranno l’impressione del movimento anche se non si muovono affatto. E tutti saranno felici perché i fatti di quel genere non cambiano. Non dargli armi sdrucciolevoli come filosofia, sociologia o altri strumenti per collegare le cose, perché è là che si annida la malinconia. Chiunque sappia smontare una parete TV e ricostruirla, cosa che oggi la maggior parte degli uomini sa fare, è più felice di chi cerca di calcolare, misurare e risolvere l’universo, che naturalmente si rifiuta di farsi calcolare e risolvere senza aver prima trasformato l’uomo in una belva disadattata. Lo so perché ci ho provato, ma adesso ne ho abbastanza. Meglio frequentare i club e qualche festa, tenersi agli acrobati e i maghi del circo, gli spericolati e le macchine a reazione; meglio fare un giro sui moto-elicotteri e concedersi un po’ di sesso con eroina, insomma tutto quello che puoi ottenere con un riflesso automatico. Se la tragedia è cattiva, se il film non dice niente, se la commedia è vuota, dammi una scossa con la musica elettronica, con un Theremin al massimo volume: crederò che la commedia mi abbia dato un brivido, mentre è soltanto una risposta fisica alle vibrazioni. In realtà non m’interessa affatto, ma mi piace guardare uno spettacolo. Uno qualunque.»”

Il nostro protagonista è Guy Montag, un pompiere a cui il proprio lavoro inizia ad andargli stretto, è insofferente, determinante sarà l’incontro con Clarisse una giovane nuova vicina che vede in lui qualcosa di diverso e pianta definitivamente il seme della curiosità o meglio della necessità di conoscenza. Montag si chiede cosa ci sia nei libri e cercherà di scoprirlo.

È una storia piuttosto breve dove non mancano i colpi di scena ma è anche molto interessante e significativa per gli importanti spunti di riflessione che possiamo trarne. Siamo sicuri che il mondo descritto da Bradbury sia poi tanto diverso dal nostro? Non ci stiamo avvicinando pericolosamente a un sistema dove chi fa domande non è gradito? A me, purtroppo, sembra proprio di sì.

Fahrenheit 451 è un classico della letteratura distopica ed è un libro famosissimo, per me è stato il primo approccio a Ray Bradbury un autore che mi è parso di capire essere molto eclettico, ha scritto molto e di generi diversi, tra i suoi libri da sempre voglio recuperare Il popolo dell’autunno che dovrebbe essere una sorta di horror. Comunque distopici e horror che non sono proprio tra i miei generi “preferiti”.

Riuscireste a vivere in un mondo senza libri? Io no.

Vi aspetto nei commenti.