martedì 17 novembre 2020

PASTORALE AMERICANA DI PHILIP ROTH

TITOLO: Pastorale Americana
AUTORE: Philip Roth - traduzione di Vincenzo Mantovani
EDITORE: Einaudi (collana Super ET)
PAGINE: 462
PREZZO: € 14,00
GENERE: letteratura americana
LUOGHI VISITATI: Stati Uniti d'America principalmente anni '60 e '70

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Un libro magnifico, un vero capolavoro. L’ho amato profondamente nonostante alcune incomprensioni con Roth e nonostante non chiuda completamente il cerchio narrativo o meglio non lo chiude come piace a me.

Ma andiamo con ordine.

Protagonista del romanzo è Seymour Irving Levov, detto lo Svedese, nato e cresciuto a Newark, in New Jersey. Da ragazzo è il campione delle squadre scolastiche di baseball, basket e football, idolo di tutto il quartiere; appena diplomato si arruola nei marines per andare a combattere i giapponesi durante la seconda guerra mondiale, ma il conflitto finisce prima; si sposa ed entra nell’azienda paterna che produce guanti e poi la manderà avanti da solo, una volta che il genitore andrà in pensione.

Una vita da favola, in apparenza. L’idillio è rotto da Merry la figlia dello Svedese che per protestare contro la guerra del Vietnam entra a far parte di gruppi sovversivi e porta la “guerra in casa”, sarà responsabile di un atto terroristico e si dà poi alla macchia.

La penna di Roth è fantastica, pungente, vera, didascalica e descrittiva, talvolta anche ripetitiva, ricca anche di frasi cortissime; coinvolge il lettore e lo trasporta in un altro mondo, lo rende spettatore. È un’opera estremamente introspettiva, con un’analisi psicologica molto approfondita; resa anche grazie a dialoghi interni o meglio monologhi e riflessioni personali dello stesso protagonista.

La struttura narrativa è particolare perché non segue un ordine cronologico ma alterna la narrazione “presente” con il ricordo e la rievocazione di eventi e avvenimenti passati, inframmezzandoli. Così ad esempio il fatto che lo Svedese va in un luogo diventa l’occasione per raccontare delle sue esperienze di bambino; oppure la visita annuale dei vecchi Levov diventa l’occasione per parlare delle discussioni politiche tra nonno Lou Levov e la nipote Merry. È tutto un susseguirsi di avvenimenti passati che il narratore racconta allacciandosi a qualcosa che succede nel presente.

Seymour I. Levov detto lo Svedese è un personaggio che entra nel cuore. È un uomo grande e grosso ma gentile, ha sempre una buona parola, rispettoso, ossequioso e accondiscendente, anche troppo. Avrebbe potuto essere un campione del baseball ma, per accontentare il padre, va a lavorare nell’azienda paterna. Un uomo che mette sempre gli altri al primo posto, che cede alle richieste altrui senza tener conto delle proprie esigenze e dei propri desideri, non cerca o rifugge lo scontro e il disaccordo anche se ciò significa mettere da parte sé stesso. 

Il romanzo ha vinto il premio Pulitzer nel 1998 e ne capisco assolutamente la ragione così come capisco perché ne ho sempre sentito parlare di capolavoro.

Con questo romanzo si toccano vari passaggi della Storia americana, dalle campagne militari d’indipendenza di Washington allo scandalo del Watergate, in minima parte anche le rivendicazioni per i diritti civili delle persone di colore, il diffondersi di movimenti ed ideologie di tipo comunista, ma soprattutto - elemento centrale del romanzo -  è la protesta interna degli americani contro la guerra del Vietnam in modo particolare quella forma di protesta violenta e terroristica che seguiva la logica del “portare la guerra in casa”. Senza dimenticare i forti cambiamenti sociali che si attuano (e non sempre positivi) nelle città industriali come Newark; in sostanza tocca gli aspetti storico sociali degli anni ’60 e ’70.

È un romanzo sull’America, sul profondo amore che si può provare e anche sul profondo odio, due posizioni all’antitesi che vengono interpretate dallo Svedese e da sua figlia Merry.

“Arrivai a essere un marine degli Stati Uniti. Arriva a portare l’emblema con l’ancora e il globo. -Quelli sono senza lanciatore, Iii-oh, sparala lontanto, Iii-oh... – Ero diventato Iii-oh per tutti, ragazzi del Maine, del New Hampshire, della Louisiana, della Virginia, del Mississippi, dell’Ohio: ragazzi senza istruzione che venivano da ogni angolo dell’America e che mi chiamavano Iii-oh e basta. Solo Iii-oh e basta, per loro. Come mi piaceva! Congedato il 2 giugno 1947. Arrivai a sposare una bella ragazza che si chiamava Dwyer. Arrivai a dirigere un’azienda fondata da mio padre, un uomo il cui padre non parlava inglese. Arrivai ad abitare nel posto più bello del mondo. Odiare l’America? Ma se in America ci stava come dentro la propria pelle! Tutte le gioie dei suoi anni più giovani erano gioie americane, tutti quei successi e tutta quella felicità erano americani, e non doveva più tenere la bocca chiusa solo per disinnescare l’odio ignorante di sua figlia. Avrebbe sofferto di solitudine, da uomo, senza i suoi sentimenti americani. Avrebbe sofferto di nostalgia, se avesse dovuto vivere in un altro paese. Sì, tutto ciò che conferiva un significato alle sue imprese era americano. Tutto quello che amava era lì.”

“Tre generazioni. Tutte avevano fatto dei passi avanti. Quella che aveva lavorato. Quella che aveva risparmiato. Quella che aveva sfondato. Tre generazioni innamorate dell’America. Tre generazioni che volevano integrarsi con la gente che vi avevano trovato. E ora, con la quarta, tutto era finito in niente. La completa vandalizzazione del loro mondo.”

Infine il titolo, estremamente evocativo, trova significato nel testo stesso è un passaggio che mi piace molto, viene individuato un momento di serenità per tutti gli americani così diversi tra loro in quanto espressione delle diverse tradizioni che vi sono confluite dalla vecchia Europa:

“Ed era solo una volta all’anno che si trovavano tutti insieme, e per giunta sul terreno neutrale e sconsacrato della festa del Ringraziamento, quando tutti mangiano le stesse cose […] solo un tacchino colossale per ducentocinquanta milioni di persone; un tacchino colossale che le sazia tutte. Una moratoria sui cibi stravaganti e sulle curiose abitudini e sulle esclusività religiose, una moratoria sulla nostalgia trimillenaria degli ebrei, una moratoria su Cristo e la croce e la crocifissione per i cristiani, quando tutti, nel New Jersey come altrove, possono essere, quanto alla propria irrazionalità, più passivi che nel resto dell’anno. Una moratoria su ogni doglianza e su ogni risentimento, e non soltanto per i Dwyer e i Levov, ma per tutti coloro che, in America, diffidano l’uno dell’altro. È la pastorale americana per eccellenza e dura ventiquattr’ore”

Tutta la vicenda è narrata - apparentemente perché qui si pongono i miei problemi di comprensione con Roth - da Nathan Zuckerman che ha conosciuto e ammirato lo Svedese da ragazzo e avrà modo di incontrarlo anche da adulto quasi per caso, inoltre è stato compagno di scuola e amico di Jerry Levov, fratello minore dello Svedese.

Ho accennato più volte a dei problemi di comprensione con Roth: c’è questo narratore Nathan Zuckerman che fa lo scrittore e che ricorda tutta l’ammirazione provata per Levov lo Svedese; ammirazione e ricordi che diventano praticamente un’ossessione dopo aver incontrato Jerry Levov al raduno dei compagni di classe per i quarantacinque anni dal diploma; l’io narrante Zuckerman ci dice di aver scritto un libro e da questo momento Zuckerman sparisce e leggiamo solo dello Svedese, ma quindi quello che leggiamo è una parte del libro scritto da Nathan? E, se sì, lui come fa a sapere alcune cose? Le inventa? Come faceva a conoscere le litigate tra Merry e il padre sulla questione del Vietnam? Oppure ci sono diversi piani narrativi? Anche ora che ho finito il libro i miei dubbi rimangono, sicuramente è un mio difetto e limite ma non riesco a far collimare le due parti, il non riuscire a rispondere alla mia domanda mi disturba.

Un aiuto mi è arrivato dalle spiegazioni che mi ha dato Sam (la trovate su instagram come @samlibrary), infatti Nathan Zuckerman è l’alterego narrativo di Roth e compare anche in altri suoi libri. Anche se continuo a non capire la scelta fatta da Roth proprio scrivendo la recensione mi sono accorta della sua genialità(!) perché l’espediente di Zuckerman permette a noi lettori di conoscere lo Svedese e le sue vicissitudini ben oltre la narrazione degli anni che segnano il punto di svolta.

L’altra perplessità, cui accennavo sempre all’inizio, è il finale che si presenta come indefinito e vago o meglio ancora il romanzo si chiude in un particolare momento della vita dello Svedese antecedente all’incontro con Nathan Zuckerman e proprio grazie alla presenza di Zuckerman e ai salti cronologici noi lettori conosciamo una serie di sviluppi nella vita di Levov lo Svedese anche se ignoriamo i passaggi attraverso cui arriva a quei risultati. (Io avrei letto altre trecento pagine perché sono fissata sul voler sapere vita morte e miracoli dei personaggi e poi la scrittura è magnifica, ma so anche che per molti altri lettori (probabilmente la maggior parte delle persone normali) non è così e i libri a un certo punto devono finire).

Quindi alla fin fine le mie “critiche” in realtà dopo aver letto il libro e soprattutto dopo averci pensato su sono quasi punti di forza, un espediente narrativo che rende il romanzo diverso e bellissimo comunque.

Sono molto contenta di aver letto questo romanzo che aspettava da anni nella mia libreria, avevo alte aspettative che non sono state deluse, ho incontrato un autore che penso possa piacermi molto e quindi voglio assolutamente leggere altro di suo (sia con Zuckerman che senza).

Fatemi sapere se lo avete letto.

martedì 10 novembre 2020

COME CERCHI NELL'ACQUA DI WILLIAM MCILVANNEY

TITOLO: Come cerchi nell'acqua
AUTORE: William McIlvanney traduzione di Alfredo Colitto
EDITORE: Feltrinelli (collana Universale Economica/noir)
PAGINE: 266
PREZZO: € 8,50
GENERE: letteratura scozzese, romanzo giallo/poliziesco
LUOGHI VISITATI: Glasgow 

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“«Allora, qui termina la prima lezione. Hai chiesto come possiamo entrare in contatto con l’assassino. Questo è il modo, Milligan e i suoi uomini possono ricostruire il delitto, se preferiscono. Noi faremo una cosa molto semplice. Cercheremo il colpevole. Nelle vite intorno a lui, quello che ha fatto produrrà un movimento, come cerchi nell’acqua. È quello che dobbiamo cercare. E lo faremo parlando con alcune persone.»”

 “Cerchi nell’acqua” non è il classico giallo dove seguiamo l’investigatore protagonista e pian piano scopriamo con lui – perché man mano anche noi raccogliamo indizi e prove -  chi è il colpevole. Qui non solo l’omicidio è già stato compiuto ma conosciamo già l’assassino. Il punto focale non è sapere chi è il colpevole ma come farà Laidlaw a scoprirlo.

Si tratta di un romanzo scorrevole e piacevole da leggere dove non manca l’elemento di tensione. Infatti la polizia non è l’unica sulle tracce del colpevole, sono tante le persone che gli danno la caccia, oltre ai poliziotti (Laidlaw e Milligan con le rispettive squadre e metodi), c’è il padre della vittima e ci sono due organizzazioni malavitose, tutti lo cercano e per motivi diversi: il cerchio si stringe, chi arriverà prima?

Nella parte finale il ritmo è incalzate e il finale stesso, oserei dire, sorprendente.

La narrazione si caratterizza per dar voce e seguire i vari personaggi che si muovono sulla scena -come l’ispettore Laidlaw, il suo collega Harkness, Bud Lawson (padre della vittima), l’assassino, i vari mafiosi – a capitoli alterni e attraverso questa rotazione si ricostruisce poi l’intero quadro della vicenda.

Elemento preponderante e prepotente è l’analisi psicologica e introspettiva. In parte è dovuto al carattere e il modo di essere del protagonista l’ispettore Jack Laidlaw (una sorta di mentalist), di analista del comportamento, spacca il capello in quattro si chiede sempre il perché di ogni cosa.

Il personaggio dell’ispettore Jack Laidlaw è interessante: è un poliziotto diverso dagli altri, usa metodi diversi e in contrasto con quelli dei colleghi – molto più propensi all’uso della violenza e delle minacce – e queste diversità di metodi e di vedute sono fonte di attriti e antipatie, in modo particolare non corre buon sangue con il collega Milligan:

“«Milligan è privo di dubbi».
«Che significa?»
«Significa che se tutti potessero svegliarsi domani e avere il coraggio dei loro dubbi, il nuovo millennio sarebbe cominciato. Credo che ciò che distrugge siano le false certezze. E Milligan ne è pieno. È un assoluto ambulante. Che cos’è l’omicidio se non un assoluto della volontà, una certezza inventata? Un fallimento esistenziale del coraggio. Quello che non dobbiamo fare è aggravare il crimine a causa della reazione che provoca in noi. Ma è quello che tutti continuiamo a fare. Davanti a un’enormità, perdono il senno e invece di vedere un uomo costruiscono un mostro. È un’industria sociale. E Milligan è uno degli imprenditori che la sostengono. Ce ne sono tanti, ma lui è quello che continua a passarmi davanti agli occhi, come un grosso bruscolino.»”

La filosofia di indagine di Laidlaw è interessante, quasi uno studio sociologico, lui non si limita “a fare il poliziotto e cercare un colpevole e basta”:

“«Per via del mio modo di ragionare, immagino. Non riesco a smettere di pensare che ci sono sempre dei collegamenti. L’idea che le cose brutte accadano per conto loro, in isolamento, senza che abbiano radici dentro tutti noi… Penso sia solo ipocrisia. Siamo tutti coinvolti, secondo me. Solo che in certi casi alcuni sono più coinvolti di altri. Ora, se accettiamo questo, ci cono persone in città che sanno cosa è successo, anche se non sanno di saperlo. »”

Oltre al poliziotto c’è l’uomo, con un vita privata tutt’altro che semplice; in generale Laidlaw non è sempre un mostro di simpatia, tende ad essere strafottente, antipatico, ma al tempo stesso anche gentile e premuroso.

“Harkness mantenne il silenzio. Malgrado lo conoscesse da poco, aveva già identificato un lato del carattere dell’ispettore che cominciava a infastidirlo. In alcune circostanze, gli dicevi ‘Ciao’ e lui doveva analizzare il saluto prima di rispondere. Poteva diventare stancante.”

Non mancano alcuni riferimenti alla città di Glasgow che è il fondale dove si svolgono tutte le vicende e in qualche modo è una protagonista del romanzo, perché la città influenza ed influisce sulla vita dei personaggi e sul loro comportamento.

“«Bel posticino,» disse Laidlaw.
«Già. Devono viverci persone terribili.»
«Non era quello che intendevo,» ribatté Laidlaw. «Le persone sono notevoli, è il posto che è terribile. A ciascuno dei quattro angoli di Glasgow c’è questo schema: il Drum, Easterhouse, Pollok e Castelmilk. È il più grande progetto di quartieri popolari d’Europa. E di cosa si tratta? Case, e solo case. Discariche architettoniche dove gettare le persone come malta. Architettura penale. Quelli che ci abitano devono essere per forza brave persone, altrimenti avrebbero incendiato questi posti da anni.»”

“Si sentiva urtato dalla contraddizioni. Il posto in cui si trovava ora era una presa in giro del posto in cui era stato prima. Eppure entrambi erano Glasgow. La città gli era sempre piaciuta, ma non ne era mai stato consapevole come quella sera. La sua forza lo colpiva sotto forma di contraddizioni. Glasgow era biscotti allo zenzero fatti in casa e Jennifer Lawson morta nel parco. Era la gentilezza sentenziosa del comandante e la rudezza minacciata di Laidlaw. Era Milligan, insensibile come una lastra di cemento, e la signora Lawson, fuori di sé dal dolore. Era la mano destra che ti gettava a terra, e la sinistra che ti aiutava ad alzarti, mentre sulle labbra si alternavano scuse e minacce.”

Dovrebbe essere ambientato negli anni ’70. Questo non è l’unico romanzo con protagonista Jack Laidlaw, ce ne sono altri due che saranno miei.

L’ambientazione scozzese è il motivo per cui ho scelto questo libro, con lui partecipo alla tappa di novembre della challenge #viaggiatoritralerighe che appunto prevede di fare tappa in Scozia.

Un poliziesco interessante, che permette di scoprire la città di Glasgow e le sue dinamiche, un investigatore singolare, diverso dagli altri e fiero di esserlo. Super consigliato.

lunedì 2 novembre 2020

INÉS DELL'ANIMA MIA DI ISABEL ALLENDE

TITOLO: Inés dell'anima mia
AUTORE: Isabel Allende - traduzione di Elena Liverani
EDITORE: Feltrinelli (Universale Economica)
PAGINE: 326
PREZZO: € 10,00
GENERE: romanzo storico, letteratura cilena
LUOGHI VISITATI:Spagna, Nuovo Mondo, Cile negli anni dal 1500 al 1553

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Un bellissimo romanzo storico incentrato su una figura cardine per la conquista del Cile: Inés Suàrez.

Inés Suàrez è una donna forte, combattiva, passionale, un bel personaggio. Ma non è solo un personaggio letterario è una donna realmente esistita e Isabel Allende si è limitata a romanzare la storia della sua vita colmando alcune lacune ma rimanendo il più possibile fedele alla realtà storica.

Inés nasce in Spagna e si reca nelle Americhe alla ricerca del marito, Juan de Malaga, che era partito per il Nuovo Mondo in cerca di fortuna abbadandola, ma Inés non parte alla ricerca di un uomo ma di una vita diversa e migliore, è alla ricerca della libertà.

“A differenza di Juan, non credevo all’esistenza di una città d’oro, dalle acque incantate che donavano l’eterna giovinezza, o di amazzoni che se la spassavano con gli uomini per poi congedarli carichi di gioielli, ma sospettavo che là ci fosse qualcosa di ancor più prezioso: la libertà. Nel Nuovo Mondo ognuno era padrone di se stesso, non ci si doveva chinare davanti a nessuno, si poteva commettere errori e cominciare di nuovo, essere una persona diversa, vivere un’altra vita.”

La nostra Inés ha manifestato da sempre il desiderio di una vita diversa da quella che la Spagna e il suo ruolo di donna potevano offrirle in patria; è un abile ricamatrice, sa cucinare ma soprattutto è una bravissima infermiera, sa prendersi cura di feriti e malati; e tutte queste doti saranno essenziali nella vita nel Nuovo Mondo e nel viaggio verso il Cile e nella nuova colonia.

“Ho vissuto più di quarant’anni nel Nuovo Mondo e ancora non mi sono abituata al disordine, benché io stessa ne abbia beneficiato, dato che, se fossi rimasta nel mio paesino d’origine, oggi sarei un’anziana qualsiasi, povera e cieca per il tanto cucire pizzi alla luce di una lanterna. Là sarei Inés, la sarta della strada dell’acquedotto. Qui sono doña Inés Suàrez, signora tra le più influenti, vedova dell’eccellentissimo governatore don Rodrigo de Quiroga, conquistatrice e fondatrice del Regno del Cile.”

Nel Nuovo Mondo scopre di essere diventata vedova, partecipa alla conquista del Cile al fianco del suo nuovo amore Pedro de Valdivia, l’hidalgo (già luogotenente di Pizarro in Perù) e condottiero che riuscirà a conquistare il Cile e ne diventerà il primo governatore. Con la spedizione di Valdivia e Inés Suàrez viene fondata la città di Santiago, ma le avventure sono solo all’inizio perché sarà necessario difendere questa città e le altre che pian piano vengono fondate.

“Durante i mesi successivi, la città germogliò come per miracolo. Verso la fine dell’estate erano sorte già parecchie case di bell’aspetto, avevano piantato filari d’alberi per avere ombra e uccelli nelle strade, la gente stava raccogliendo le prime verdure dagli orti, gli animali sembravano sani e avevamo immagazzinato provviste per l’inverno. Tale prosperità irritava gli indios della valle, che si rendevano perfettamente conto che non eravamo lì di passaggio. Supponevano, e a ragione, che sarebbero arrivati altri huincas a sottrarre loro la terra e a trasformarli in schiavi. Mentre noi ci adoperavamo per stabilirci, loro si preparavano a cacciarci. Si mantenevano invisibili, ma iniziammo a sentire il lugubre richiamo della trutruca e dei pilloi, flauti ricavati dalle ossa delle gambe dei nemici uccisi.”

Doña Inés Suàrez è conosciuta soprattutto per il ruolo cruciale ricoperto nella difesa della città di Santiago da un attacco dei Mapuche.

Come dicevo si tratta di romanzo storico ed è ricco di personaggi storici, avvenimenti e soprattutto di Storia del Nuovo Mondo, che io conosco poco. Si parla dell’arrivo di Pizarro, della scelta di Valdivia di intraprendere l’esplorazione e la conquista del Cile, la difesa dello stesso dagli attacchi della popolazione Mapuche; non mancano le descrizioni della vita quotidiana nel Nuovo Mondo e nemmeno la parte più personale/intima della vita di Inés e dei suoi amori (in fondo è lei la protagonista del romanzo).

 Molto interessanti sono i brevi approfondimenti sulla cultura indios e sulla città di Cuzco come deve averla vista Inés Suàrez al suo arrivo in Perù.

“Non ho mai visto niente di simile alla magnifica città di Cuzco, ombelico dell’impero inca, città sacra dove gli uomini possono parlare con la divinità. Forse Madrid, Roma, o qualche città araba, che hanno fama di essere splendide, possono essere paragonate a Cuzco, ma io non le ho mai viste. Nonostante i danneggiamenti e in vandalismi subiti durante la guerra, era un gioiello bianco e rispendente sotto il cielo color porpora. Mi si bloccò il respiro e per diversi giorni mi sentii soffocare, non per l’altitudine o l’aria rarefatta, di cui mi avevano avvertito, ma per l’imponente bellezza dei suoi templi, delle fortezze e degli edifici. Si dice che all’arrivo dei primi spagnoli ci fossero palazzi rivestiti d’oro, anche se ora le mura erano nude. A nord della città si erge una costruzione spettacolare, Sacsayhuamán, la fortezza sacra con i suoi tre ordini di cinta murarie a zigzag, il Tempio del Sole, il suo labirinto di strade, torrioni, marciapiedi, scale, terrazzi, cantine e stanze dove vivevano nell’agio cinquanta o sessantamila persone. Il nome significa ‘falco soddisfatto’ e, come un falco, vigila su Cuzco. Venne costruita con monumentali blocchi di pietra tagliati e assemblati senza malta e con una tale precisione che tra le giunture non entrerebbe neanche una daga sottile. Come fecero a fendere quelle enormi pietre senza strumenti di metallo? Come le trasportarono, da molte leghe di distanza, senza ruote né cavalli? E mi domandavo inoltre come una manciata di soldati spagnoli fosse riuscita a conquistare in così poco tempo un impero in grado di essere una tale meraviglia. Per quanto avessero fomentato le dispute tra gli inca e potessero contare su migliaia di yanaconas, pronti a servirli e a battersi per loro, quell’impresa eroica, ancora oggi, mi sembra inspiegabile. ‘Abbiamo Dio dalla nostra parte, oltre che la polvere da sparo e il ferro’ dicevano gli spagnoli, grati ai nativi di difendersi con armi di pietra. ‘Quando ci videro arrivare dal mare in grandi case provviste di ali, credettero che fossimo divinità’ aggiungevano, ma penso che fossero stati loro a diffondere tale versione alla quale gli indios, e persino loro stessi, finirono col credere.”

“Da dove venivano questi Mapuche? Si dice che assomiglino a certi popoli asiatici. Se davvero provengono da lì, non riesco a spiegarmi come abbiano potuto attraversare mari così tempestosi e terre tanto estese per giungere fino a qui. Sono selvaggi, non conoscono né l’arte né la scrittura, non costruiscono né città né templi, non hanno caste, classi né sacerdoti, ma solo capitani di guerra, i loro toquis. Si muovano da un luogo all’altro, liberi e nudi, con le numerose mogli e i figli, che combattono insieme a loro nelle battaglie. Non compiono sacrifici umani e non adorano idoli. Credono in un unico dio, che non è il nostro Dio, che loro chiamano Ngenechén.”

 

Sempre parlando di personaggi una menzione la merita, secondo me, il cronista Daniel Belalcázar incontrato durante la traversata dell’Oceano - non sono riuscita a capire se è realmente esistito o meno – ma il ruolo che svolge nel romanzo è interessante: la voce fuori dal coro che mostra la realtà per quello che è, senza essere soggiogato da pensiero dominante. 

“Questo Belalcázar era un uomo di poca fede, ma molto divertente. Di pomeriggio ci dilettava con i racconti dei suoi viaggi e di ciò che avremmo visto nel Nuovo Mondo. «Di certo non ciclopi, giganti e nemmeno uomini con quattro braccia e teste di cani, ma sicuramente incontrerete esseri primitivi e malvagi, soprattutto fra gli spagnoli’ asseriva scherzando. Ci assicurò che gli abitanti del Nuovo Mondo non erano tutti selvaggi: aztechi, maya e inca erano più raffinati di noi, quanto meno si facevano il bagno e non andavano in giro coperti di pidocchi».
«Avidità, solo avidità»
 aggiunge. «Il giorno in cui noi spagnoli abbiamo messo piede sul suolo del Nuovo Mondo abbiamo segnato la fine di quelle culture. All’inizio ci accolsero bene. La loro curiosità superò la prudenza. Non appena si resero conto che agli strani barbuti spuntati dal mare piaceva l’oro, quel metallo morbido e inutile che loro possedevano in abbondanza, glielo regalarono a piene mani. Tuttavia, ben presto, il nostro insaziabile appetito e brutale orgoglio risultarono offensivi. E ci mancherebbe altro! I nostri soldati abusano delle loro donne, entrano nelle loro case e sottraggono senza chiedere permesso quel che gli pare e il primo che osi frapporsi lo mandano all’altro mondo con una sciabolata. Proclamano che la terra in cui sono appena arrivati appartiene a un sovrano che vive dall’altra parte del mare e pretendono che i nativi adorino due bastoni a forma di croce».
«Speriamo che non la sentano parlare così, signor Belalcázar! La accuseranno presso l’imperatore di essere un traditore e un eretico» lo ammonii.
«Non faccio altro che dire la verità. Lo constaterà anche lei, signora, che i conquistadores sono senza ritegno: arrivano come mendicanti, si comportano da ladri e si credono dei signori. »”

 

Il romanzo è strutturato sotto forma di memorie che la stessa Inés Suàrez scrive per lasciare traccia e testimonianza della sua esistenza. Spesso durante la scrittura si rivolge direttamente alla figlia (cui le memorie sono destinate) oppure ad un ipotetico lettore. Anticipa spesso gli avvenimenti per poi proseguire cronologicamente e riprenderli.

La narrazione è lenta, ricca quasi ridondante - caratteristica che ho sentito essere propria dei libri della Allende, scrittrice prolissa e divagatrice – accompagnata però da una scrittura spesso ironica e pungente; così se ci sono alcune parti un pochino più lente e stagnati (soprattutto all’inizio) si compensano bene e nel complesso l’ho trovato coinvolgente, è una storia ricca di avventure dove c’è il desiderio di vedere come prosegue.

Se proprio vogliamo trovare una pecca, ne ho due. La prima è una considerazione circa l’eccessiva sessualità nel senso che talvolta Inés descrive anche minuziosamente scene di sesso con i suoi amanti il che non è un problema in se e per se ma mi sembra stonare con la finzione letteraria per cui si tratta delle memorie che scrive per la figlia anche se la stessa Inés a un certo punto spiega la scelta come diretta a insegnare/istruire la figlia nell’ottica di migliorarle la vita ed eventualmente il matrimonio come una sorta di sapienza e di esperienza che si possono diffondere positivamente tra le donne per il loro maggior benessere e appagamento e migliorare la loro vita sessuale ma anche generale.

Ciò che mi ha un pochino deluso è la conclusione che è un po’ “veloce” e frettolosa, sbrigativa soprattutto se paragonata all’inizio molto più lento e pieno di digressioni sul giovane Valdivia e sul suo amico Aguirre durante le campagne al servizio dell’imperatore Carlo V in giro per l’Europa. Il romanzo si chiude fondamentalmente con la ricostruzione della morte del primo governatore del Cile Valdivia; anche se della vita successiva di Inés Suàrez viene dato conto durante tutto il romanzo attraverso quei meccanismi di anticipazione della narrazione di cui ho detto prima.

C’è anche una nota positiva: il libro è corredato da splendide illustrazioni nonostante si tratti di un libro in edizione economica (perché stiamo fa parte dalla collana Universale Economica Feltrinelli) con un prezzo basso. Le illustrazioni sono tratte dall’edizione de “La Araucana” di Alonso de Ercilla del 1852.

Ho letto questo romanzo per il progetto #unannoconlastoria e sono molto contenta sia per le possibilità di approfondire il Nuovo Mondo sia per aver conosciuto una scrittrice molto famosa di cui io ancora non avevo letto nulla, ma rimedierò. Avete consigli in proposito?