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venerdì 4 aprile 2025

I DRAGHI, IL GIGANTE, LE DONNE di WAYÉTU MOORE

TITOLO: I draghi, il gigante, le donne
AUTORE: Wayétu Moore         traduzione di: Tiziana Lo Porto
EDITORE: E/O Edizioni
PAGINE: 288
PREZZO: € 18
GENERE: letteratura liberiana
LUOGHI VISITATI: Liberia e USA 


I draghi, il gigante e le donne racconta della guerra civile in Liberia agli inizi degli anni ’90 e lo fa attraverso gli occhi di una bambina di cinque anni, Tutu.

“[…] Ma il principe diventò egli stesso un drago. Un drago dai denti asimmetrici, i gomiti dotati di artigli e occhi sottili come carta. […] E adesso Hawa Undu era presidente della Liberia, lui che un tempo era stato un principe di buone intenzioni. Nonna diceva che tutti parlavano di lui perché c’era un altro principe che voleva andare nella foresta a uccidere Hawa Undu e riportare la pace. Questo principe si chiamava Charles, come mio nonno. Alcuni pensavano che avesse le carte in regola per farcela, che sarebbe riuscito a uccidere Hawa Undu e mettere fine alla maledizione della foresta e dei principi spiriti che vi danzavano dentro, ma altri affermavano che sarebbe finita allo stesso modo, che nessun principe sarebbe riuscito ad andare nella foresta e mantenere le promesse fatte. Il bosco accecava e confondeva. Hawa Undu non sarebbe mai morto.”

La narrazione si può suddividere in tre macro aree: la guerra civile, la vita in America e il ritorno.

Nella prima parte ci viene raccontata la guerra civile in Liberia vista però attraverso gli occhi di una bambina. La narrazione ha molto del favolistico, un mix tra quello che la bambina vede, sente dagli adulti, la sua fantasia e le favole che conosce. Così ad esempio le fazioni in combattimento sono i draghi, il presidente della Liberia un Hawa Undu un drago cattivo. Fondamentale è l’attenzione con cui la famiglia cerca di proteggere la piccola Tutu, non solo fuggendo ma ammantando il tutto, cercando di nascondere la realtà o meglio dando un significato diverso, edulcorato così i morti che incontrano per strada sono persone molto stanche che si stanno riposando oppure gli spari sono rumori di tamburi.

“Altre volte mi portava a cavalluccio mentre camminavamo. Lì dove ero seduta la brezza era più calma, ma è da lì che ho visto la gente sdraiata sulla strada.
«Perché sono tutti sdraiati per terra?» ho chiesto a papà.
«Dormono» a detto lui. «Noi adesso non possiamo dormire perché dobbiamo andare da Mam».”

 

Nella seconda parte viene narrata l’esperienza americana, poiché Tutu e la sua famiglia si trasferiscono in America, dove già viveva Mam che stava studiando grazie ad una borsa di studio. E sarà in America che Tutu e le sorelle crescono e diventano adulte e affrontano molti altri problemi legati al razzismo e all’integrazione.

“«Guardami» ha detto. «Ti vergogni di me?»
«No» devo avere detto.
«Bene» ha continuato. «Perché se ti vergogni di me, allora ti vergogni di te stessa».
Avrei voluto discutere con lei ma non avevo né la forza né il coraggio di mentirle dicendo che non ero stata trasformata, che non ero vittima di un’educazione che non teneva conto di lei.
«Sei africana» ha detto, con le lacrime che le scorrevano sul viso. «Il libro, il libro che ti fanno vedere con gli africani nudi nelle giungle. Lo sai benissimo che non è così. Non lasciare che ti facciano vergognare, okay? Tu sei africana». Quelle parole mi facevano più male di quanto immaginassi. Non le avevo mai sentite prima di quella sera. Tu sei africana. Tu sei africana. Tu sei africana. Parole insieme così profondamente accusatorie e giudicanti che avrei voluto correre fuori dall’auto urlando. Tu sei africana, e mi è venuta voglia di stringere i pugni e combattere. E non sapevo perché.”


“Così noi venuti da Liberia e Nigeria ed Etiopia, da Ghana e Senegal e Repubblica Democratica del Congo, da Kenya, da Zambia e da ogni altro paese, spinti sull’oceano da quelle squame e denti digrignanti, alcuni prima dei nostri genitori e altri dopo, alcuni senza documenti e altri primi nelle loro famiglie a essere nati con il passaporto blu, ci alleniamo a essere neri, essere bianchi, essere americani, essere tutto quello che non siamo. Impariamo le parole, le abitudini, la rabbia, i modi che i nostri genitori sono qui da troppo poco tempo per tramandarci. Accettiamo le prese in giro, i soprannomi, le incomprensioni, le frasi come «In Africa cavalcavate le giraffe?» e «Lì ce l’avete tutti una casa?» e «Gli africani sono troppo aggressivi» e «Voi africani siete convinti di essere migliori» e «Bè, non sembri africana» e «Quando ho detto quella cosa, stavo parlando di altri africani» e «Qualcuno nella tua famiglia ha mai mandato una di quelle lettere-truffa nigeriane in cui chiedono soldi?» e «Ma sei americana?» e «Capelli nero-blu» e «Ci hai venduto» e «Maledetti africani» e «Lì gli uomini hanno più mogli?» e «Sai fare il voodoo?» e «Perché l’Africa è così povera?» e «Perché gli africani puzzano?» e «Grace Jones» e «National Geograpich» e «African Booty Scratcher» e «Non parli come una persona nera» e «I miei genitori donano soldi all’Africa» e «I neri sono così sensibili» e l’esageratamente entusiasta «Sììì, sorella!» e «Non sono razzista ma» e «Maledetti neri» e «Ma perché hanno macchine di lusso e vivono nelle case popolari?» e «Mia mamma non voleva dirla quella che cosa che ha detto. Lo sai come sono quelli delle generazioni precedenti alla nostra» e «Ti sei fatta aiutare con quel compito?» e «Se parli troppo dell’essere nero, sei tu a essere razzista» e «Questa volta non possiamo darle la promozione» e «Per me la razza non conta». Noi incassiamo tutto.” 

 

 

Infine c’è una terza parte che è il ritorno in Liberia, i genitori tornano a vivere nella terra natia e Tutu li raggiunge per una sorta di vacanza che però nasconde anche altri scopi (come rivedere la terra natale e cercare una persona importante del suo passato). Quella che troviamo qui è una Libreria post guerre civili che cerca di riprendersi, di tornare alla normalità ma che non potrà mai tornare davvero come prima, le ferite lasciate dagli di conflitto sono troppo profonde. E anche grazie alle domande, apparentemente ingenue della protagonista, si può riflettere molto sulla guerra e sulle sue cause. E ci ricorda una volta di più le grandi responsabilità che l’Occidente ha nei confronti dell’Africa e dei suoi popoli.

«Chi rovinerebbe le cose per cui combatte?» ho scosso la testa, disillusa.
«Forse non combattevano per la Liberia» ha detto papà a voce bassa, e poi le parole si sono attardate qualche istante, tormentandomi.
[…]
«Dove sono andati i ribelli?» ho chiesto a papà, e ho notato che con le mani stringeva forte il volante.
«Guarda fuori dal finestrino. Sono tutti qui intorno» ha detto. «Alcuni di questi tassisti, benzinai, guardie di sicurezza. Sono dappertutto».
«Si sono solo dati una ripulita e hanno ripreso a vivere le loro vite come se non fosse accaduto nulla» ha detto Mam.”

Ogni parte è a modo suo molto dolorosa e toccante. Sicuramente un libro non facile, si parla oltretutto di eventi successi poche decine di anni fa e che purtroppo succedono quotidianamente in giro per il mondo. 

Da quello che ho capito non è un memoir puro ma unisce l’esperienza personale con l’invenzione, le esperienze di Moore che è fuggita dalla Liberia in guerra e l’esperienza di essere africana e nera negli Stati Uniti, oltre all’esperienza del ritorno “in visita” nel paese natale.

Vi aspetto nei commenti per sapere se lo avete conoscete.


giovedì 3 agosto 2023

IL GRAN SOLE DI HIROSHIMA DI KARL BRUCKNER

TITOLO: Il gran sole di Hiroshima
AUTORE: Karl Bruckner  traduzione di: Maria Minnellono
EDITORE: Giunti Marzocco
PAGINE: 180 circa
PREZZO: € 9 circa
GENERE: letteratura per ragazzi, letteratura austriaca, letteratura di guerra
LUOGHI VISITATI: Giappone 1945 e anni successivi
acquistabile su amazon: qui (link affiliato) 

 

Il Gran Sole di Hiroshima è un libro per ragazzi dello scrittore austriaco Karl Bruckner che si occupa di narrare alcune vicende legate alla Seconda guerra mondiale in particolare, come si intuisce dal titolo, si occupa della bomba atomica su Hiroshima.

A mio parare il libro può essere idealmente suddiviso in tre parti strettamente legate al lancio della prima bomba atomica: il prima, il giorno del lancio o meglio il lancio e il dopo.

Il prima della bomba: siamo a luglio 1945 in Giappone precisamente nella città di Hiroshima (che se non ho capito male doveva essere molto importante nell’ambito della produzione bellica giapponese e ospitare anche importanti basi militari) e la narrazione procede parallela su più fronti.  Abbiamo anzitutto la storia dei fratelli Sasaki, Scigheo (dieci anni) e Sadako (due anni), due bambini che devono prendersi cura l’un l’altra, la mamma lavora in una fabbrica mentre il papà è soldato lontano, di giorno girano per la città ingannando il tempo (e la fame). In questa parte emerge la vita nel Giappone in guerra: un vita fatta di privazioni e limitazioni, deduciamo come tutta la società fosse “militarizzata” e impiegata nello sforzo bellico, tutti coloro che sono abili e/o utili vengono impiegati: gli uomini nell’esercito, le donne nelle fabbriche o in altre attività utili, i ragazzi troppo giovani per arruolarsi fanno parte dei servizi ausiliari. Solo i bambini piccoli e i vecchio restano “a casa” e passano il tempo a rammaricarsi di non poter essere a loro volta utili. Schigheo è un bambino a cui piacciono i soldati e il suo passatempo preferito è proprio quello di andare ad ammirarli nei vari centri di formazione, così facciamo la conoscenza di alcuni soldati, dei loro doveri e obblighi anche morali e degli addestramenti. Ma durante le loro esplorazioni della città fanno conoscenza anche con gruppo di ragazzi dei Servizi Ausiliari, impegnati ad abbattere interi quartieri di case di legno per meglio “sopportare” un eventuale attacco.

 “Dopo il colloquio con Schigheo, Kanjiro ritornò di malumore al suo gruppo. A pensarci bene, questo ragazzino di dieci anni aveva dato una stoccata a lui, che aveva cinque anni di più. Per poco non l’aveva denunciato al capo-gruppo, per sospetto di furto! Il suo zelo l’avrebbe tradito; in conseguenza del suo atto avrebbe ricevuto un rimprovero. Voler accusare di furto un ragazzo che non poteva ancora essere arruolato al lavoro, che doveva badare alla sorellina, che aveva i padre soldato e la madre operaia in un’industria bellica! Che stupidaggine! Il ragazzo avrebbe detto: ho chiesto allo studente solo un pezzo di carta dipinta per farne un giocattolo per la mia sorellina. E sarebbe stata la verità. Lui, Kanjiro, avrebbe certo potuto ribattere: questo ragazze mente, l’ho acciuffato mentre stava per portar via l’intelaiatura. Ma un Yonekura non mente; lo deve al proprio onore. Quando incita i suoi compagni a lavorare con maggior diligenza, questo è il suo dovere di sotto-capogruppo. Se denuncia qualcuno che batte la fiacca, anche questo è un suo dovere. Ma accusare falsamente qualcuno per mostrarsi zelante, al proprio superiore, questo non lo farebbe mai. Ha già raggiunto un posto abbastanza importante e può sperare in un’ulteriore promozione… nel caso che la guerra duri ancora abbastanza a lungo. Altrimenti dovrà tornare a studiare e questo non gli piace. Odia lo studio. Non è un bravo scolare. I maestri non l’hanno mai lodato; il babbo l’ha spesso rimproverato, ma ora è orgoglioso di suo figlio Kanjiro e racconta a tutti: «Il mio ragazzo è sotto-capogruppo nel servizio ausiliario; e in seguito vuole diventare ufficiale, vuole arrivare fino a generale… sì, il mio ragazzo è in gamba».”

 

 Ma la panoramica sui ragazzi coinvolge anche altri del gruppo di Kenjiro e non tutti sono zelanti e soprattutto “prestati/votati” alla causa come lui, c’è chi sogna la pace e la normalità…

Poi ci sono gli Americani, un gruppo vario di soldati americani di stanza alla base sull’isola di Tinian: con loro partecipiamo a voli di ricognizione e viviamo la quotidianità all’interno della base militare, dove iniziano i preparativi per qualcosa di grosso e di nuovo che però è tenuto segreto! Gli uomini che conosciamo sono diversi ma fondamentalmente sono persone con le stesse aspirazioni di tutti….

“Il capitano Kennan si concesse un’occhiata in giù. Vide il delta del fiume Otha e le sei isole su cui era costruita Hiroshima. Il panorama della città lo impressionò molto. Doveva fare un viaggio in Giappone, in tempo di pace, sarebbe stata certamente una cosa stupenda. Avrebbe portato con sé Liddy, sua moglie, e i suoi bambini Evelyn e Bud. E avrebbe visitato con loro tutte le città che aveva sorvolato in guerra, quand’era pilota di un ricognitore. Quando sarebbe finita la guerra?”

Nella “parte centrale” il romanzo si occupa della cruciale giornata dello sgancio della bomba: viviamo la giornata al fianco tutti i personaggi che abbiamo incontrato, quindi i fratelli Sasaki e i loro vecchi vicini, ma anche i ragazzi del Servizio Ausiliario, i soldati giapponesi e naturalmente degli uomini a bordo dell’Enola Gay (il bombardiere che sgancia la bomba).

E poi c’è il dopo. Il “dopo” è interamente incentrato sulla famiglia Sasaki e sulla vita di Sadako. Miracolosamente la famiglia si riunisce e il padre rimette in piedi, con tantissimo sforzi, la sua attività di barbiere. Qui conosciamo la vita nella Hiroshima degli anni successivi alla bomba: un paese distrutto dalla guerra e dall’uso di una nuova micidiale arma, un periodo di sacrifici, sofferenza, commemorazioni e piano piano di ritorno alla normalità. Normalità che ad un certo punto verrà spezzata, perché la bomba tornerà a fare visita alla famiglia Sasaki.

Ci sono alcuni elementi che secondo me caratterizzano il libro. Iniziamo con il fatto che la narrazione procede parallela, soprattutto nelle prime parti abbiamo un continuo cambio di soggetto/inquadratura e all’inizio non è facilissimo orientarsi, però se ci si lascia trasportare dalla storia, senza chiedersi troppo (o meglio troppo presto) i protagonisti, poi ci si abitua, si capisce il meccanismo e si procede con la lettura. Per me i protagonisti indiscussi sono i fratelli Sasaki però incontriamo anche altri personaggi e nell’insieme è possibile farsi un quadro complessivo della situazione.  Un aspetto che personalmente ho apprezzato molto è che per tutti i “personaggi” che incontriamo sappiamo cosa succede loro dopo lo scoppio della bomba, se sopravvivono o meno.

Altro aspetto fondamentale è la commistione giapponesi/americani che nella narrazione si sviluppa in entrambe le parti in modo diverso: nella prima attraverso i capitoli dedicati ai soldati americani, nella seconda parlando dei dottori e degli ospedali che gli americani hanno aperto per curare soprattutto le vittime della bomba, perché la bomba ha degli effetti anche a lungo termine

È questo un aspetto su cui forse non si riflette abbastanza e a cui non avevo mai pensato in modo approfondito: la bomba atomica non si è limitata ad uccidere migliaia di migliaia di persone all’istante, nel momento in cui è esplosa (ok, è una bomba esplode e uccide persone) ma i suoi effetti si sono manifestati anche nei decenni successivi! Chi è miracolosamente scampato all’esplosione, pur trovandosi in città o nelle sue vicinanze, non può ritenersi (necessariamente) salvo, oltre all’esplosione ci sono le radiazioni che hanno effetti negativi sul corpo umano e portano all’insorgere di malattie quali leucemie e simili, che si manifestano col tempo. Tutto ciò rende quest’arma ancora più micidiale e devastante di quanto possa apparire.

Infine Bruckner evidenzia il lato umano sia dei giapponesi (che sono visti in maniera negativa nel senso che sono i cattivoni responsabili dell’attacco kamikaze a Pearl Harbour, in questo senso mi sento di avvicinare il libro a Il rogo di Berlino che narra le vicende del popolo tedesco, altri cattivi del secondo conflitto mondiale) che degli americani, in questo caso sono i cattivoni che usano la bomba atomica. Soprattutto nella prima parte viene messo in luce il lato umano dei soldati americani: in fondo sono uomini come tutti gli altri. Ed è questa una cosa ovvia se vogliamo ma molto importante da ricordare (senza assolutamente sminuire la gravità di quanto accaduto e delle scelte fatte, scelte che però non sono state compiute dai singoli uomini, o meglio dai singoli uomini a bordo dei bombardieri che hanno sganciato le bombe) e mostrare il lato umano per me significa mostrare come tutti gli uomini sulla terra siano uguali, abbiano le stesse preoccupazioni e aspirazioni, e come è stupido farsi la guerra (lo è sempre stato, lo era nel ‘45 ma a mio parere lo è forse ancor di più oggi, eppure nel mondo ci sono ancora tante guerre).

Inoltre, anche se è un libro per ragazzi emergono forti alcune caratteristiche tipiche della cultura giapponese, che ho avuto modo di comprendere e conoscere leggendo anche altri libri: come il culto del superiore, della diligenza e della dedizione, del rispetto degli ordini e delle gerarchie e la deferenza verso gli anziani.

Il libro fondamentalmente racconta la storia vera di Sadako Sasaki, non so precisamente quali siano i limiti delle licenze/libertà che si è preso Bruckner ma il nucleo fondamentale del romanzo si basa su una storia vera. La storia di Sadako è stata narrata anche in un altro libro “Sadako and the Thousand Paper Cranes” di Eleanor Coerr che però non è disponibile in italiano.

Ho visto essere il libro più “famoso” e importante di Bruckner: io l’ho letto per caso perché l’ho trovato in casa, era stata una lettura estiva ai tempi delle scuole medie di mia mamma o di mio zio, infatti lo possiedo in un edizione “vintage” che non mi fa impazzire. E l’ho letto due volte, la prima anni fa quando appunto l’ho trovato e poi adesso perché volevo parlarvene e mi è sembrato giusto rileggerlo per poterlo fare con maggior consapevolezza. Avendolo già letto sapevo già cosa sarebbe successo, cosa aspettarmi ma è stata comunque una lettura molto dolorosa che mi ha richiesto del tempo. È un libro per ragazzi che tratta di un argomento che si studia a scuola (alla seconda guerra mondiale ci si arriva, forse non si va oltre ma fin lì si arriva) eppure nella mia esperienza scolastica non l’ho mai incontrato, nel senso che non è mai stato consigliato; inoltre non ne ho mai sentito parlare sui vari social e blog che trattano di libri, è sconosciuto e non ne capisco la ragione.

Chiusa la polemica. Fatemi sapere se avete letto questo libro e cosa mi consigliate che si occupano della bomba atomica su Hiroshima?

martedì 30 giugno 2020

CI RIVEDIAMO LASSÙ - PIERRE LEMAITRE

TITOLO: Ci rivediamo lassù
AUTORE: Pierre Lemaitre - traduzione di Stefania Ricciardi
EDITORE: Mondadori (collana Scrittori italiani e stranieri)
PAGINE: 453
PREZZO: € 17,50
GENERE: letteratura francese, letteratura contemporanea
LUOGHI VISITATI: Parigi 1918-1920
Vincitore del Premio Gocourt nel 2013 (il premio letterario più prestigioso di Francia)
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Questo romanzo è il primo di una trilogia che Lamaitre ha dedicato alla storia di Francia, si sviluppa tra gli ultimissimi giorni della prima guerra mondiale - iniziamo a conoscere i nostri protagonisti a pochi giorni dall’armistizio - nel novembre 1918 fino al giugno del 1920.

Protagonisti tre uomini, tre uomini che hanno combattuto per la patria: Albert Maillard, Eduard Perincourt e il tenente Henri d’Aulnay-Pradelle. Tre personaggi che non potrebbero essere più diversi tra loro.

Albert Maillard è un ragazzo d’animo buono, eterno indeciso, timido e riservato, un contabile che vive solo con la madre, dopo la guerra si trova ad accudire il suo compagno Édouard.

Édouard Péricourt proviene da una famiglia molto ricca, è un tipo estroso, ribelle, eccentrico ama disegnare e dipingere - praticamente è un bravissimo artista - orfano di madre non ha un buon rapporto con il padre, il banchiere Marcel Péricourt che non vede in lui in figlio maschio tanto agognato – mentre ha un ottimo rapporto con la sorella Madeleine.

Le vicende della guerra o meglio dell’ultima battaglia li unirà in modo quasi indissolubile.

Infine c’è il tenente Henri d’Aunlay-Pradelle un arrivista senza scrupoli, egoista ed egocentrico, proviene da una famiglia nobile oramai decaduta e in rovina, persegue in desiderio di ridare luce al proprio nome e riportare la dimora di famiglia a nuovo splendore, propositi apprezzabili ma non i mezzi con cui cerca di raggiungere i suoi scopi. Per Pradelle la guerra e poi la sua “smobilitazione” sono l’occasione e il mezzo per farsi una posizione e arricchirsi, ma con metodi tutt’altro che onesti.

Ce la faranno i nostri eroi? È la domanda che mi ha frullato in testa dalle prime pagine; una domanda che si fa incalzante quando anche gli avvenimenti si fanno più serrati e soprattutto si avvicina la fine del libro e quindi l’esito della vicenda. Ho sperato in un lieto fine per Albert ed Édouard; mentre per Pradelle ho sperato che ce la facesse, ad affondare però, dato il suo egocentrismo e il suo essere ignobile. Non voglio anticipare nulla…

Lamaitre è un narratore onnisciente, che conosce e scandaglia l’animo umano dei suoi personaggi, rendendoli unici, veri e coerenti, semplicemente meravigliosi; racconta tutto dei suoi personaggi e non perde occasione esprimere un commento e per rivolgersi al lettore. Questa caratteristica del narratore che si rivolge al lettore (che io adoro, inutile dirlo) si rifà alla tradizione della letteratura francese di fine ‘800 che Lamaitre vuole omaggiare ma c’è anche un’altra ragione, come spiega nelle sue interviste vuole ricordare al lettore che sta leggendo una storia, non si tratta di realtà ma di romanzo.

Non mancano i colpi di scena. La narrazione è scorrevole e le vicende dei personaggi sono narrate a capitoli alterni; con un crescendo continuo che tiene incollato il lettore alle pagine.

Oltre le vicende dei personaggi il libro rappresenta anche un’invettiva contro la guerra, nello specifico la Prima Guerra Mondiale, ma le riflessioni si prestano a qualsiasi conflitto. Pone l’accento, in particolare, sul ritorno alla vita normale finito il conflitto - percorso già di per sé non facile - qui le persone vengono lasciate sole, abbonante a sé stesse in primis da quello Stato per cui hanno combattuto e che ora si dimentica di loro, ricordando solo (forse) i caduti.

“Nello stesso tempo, dalla fine della guerra non si fa altro che aspettare. Qui, dopotutto, è un po’ come in trincea. C’è un nemico che non vedi mai, ma che senti con tutto il suo peso. Dipendi da lui. Il nemico, la guerra, la burocrazia, l’esercito, sono tutte cose un po’ simili, nessuno ci capisce niente e nessuno sa risolverle una volta per tutte. […] Ecco come finisce la guerra, mio povero Eugène, un immenso dormitorio di gente stremata che non si è nemmeno capaci di rispedire a casa come si deve. Nessuno che ti dice una parola o soltanto che ti stringe la mano. I giornali ci avevano promesso archi di trionfo, e invece stiamo ammassati in sale esposte ai quattro venti…”

Come detto il libro fa parte di una trilogia ma è autoconclusivo: non solo le vicende narrate si chiudono ma l’autore fornisce ulteriori dettagli e spiegazioni nell’epilogo dove non viene lasciato spazio all’immaginazione del lettore, è un finale chiuso! (altra cosa che io adoro follemente). Ho letto che i libri sono autonomi e questa conclusione ne è la conferma, non vedo l’ora di andare avanti anche perché nel secondo volume “I colori dell’incendio” protagonista sarà proprio Madeleine Péricourt e nel terzo “Lo specchio delle nostre miserie” ho visto che c’è una Louise, e penso sia proprio la ragazzina, ormai donna, che troviamo nel primo romanzo.

Un libro che mi è piaciuto molto. Ho apprezzato la trama, talvolta succedono cose particolare, dettagli quasi surreali, ma trovano il loro senso all’interno della narrazione; anche la delineazione dei personaggi è davvero magnifica. E infine presenta due caratteristiche tecniche che odoro: il narratore onnisciente (addirittura che strizza l’occhio al lettore) e il finale chiuso, dove Lamaitre da conto anche di cosa succede dopo. Inoltre è anche una saga. Se vi piacciono questi elementi narrativi non posso che consigliarvi questo libro.

Voi avete letto qualcosa di Lamaitre?