TITOLO: Scompartimento n. 6
AUTORE: Rosa Liksom traduzione di: Delfina Sessa
EDITORE: Iperborea
PAGINE: 240
PREZZO: € 16,50
GENERE: letteratura finlandese
LUOGHI VISITATI: Mosca anni '80 e viaggio sulla transiberiana
Scompartimento n. 6 ci porta alla scoperta di un impero in decadenza
orami prossimo alla fine (l’Unione Sovietica negli anni ’80)
attraverso un viaggio in treno sulla Transiberiana da Mosca ad Ulan
Bator.
Protagonisti i
due occupanti dello scompartimento n. 6 che volenti o nolenti
dovranno farsi tutto il viaggio assieme e non potrebbero essere più
diversi e distanti. Abbiamo un uomo -Vadim Nikolaevič Ivanov –
russo di mezza età, fa periodicamente il viaggio perché lavora come
carpentiere nella capitale mongola. È figlio dell’URSS e della sua
indottrinatura, è l’emblema dell’uomo russo, quasi uno
stereotipo, un tipo modello, una sorta di condensato della società
russa. È un grandissimo chiacchierone, non fa altro che parlare e
raccontare della sua vita e delle sue esperienze.
E poi c’è una
ragazza, finlandese che si trova a fare il viaggio in solitaria forse
per rincorrere un sogno o per trovare la propria via o per scappare
da una realtà che la mette alla prova o forse tutte le cose assieme;
di lei non sappiamo nemmeno il nome.
Nel corso della
narrazione conosceremo la storia di entrambi, o tramite le chiacchere
o tramite pensieri e l’intervento del narratore. Seppur così
diversi alla fine nascerà un intesa o un amicizia? Io ci ho spero…
La scrittura è
magnifica, a tratti brutale, dura, cruda ma al tempo stesso lirica e
poetica, molto descrittiva che fa immergere il lettore in quello
spazio/tempo. Il paesaggio che incontriamo durante il viaggio di per
sé è bucolico ma l’intervento e la presenza umana è devastante,
e ci viene riportata descrizioni non edulcorate, quasi violente.
Fondamentalmente ci vengono raccontati i bassifondi, non la
criminalità vera e propria, ma gli strati più bassi della scala
sociale e molti ci sono finiti quasi per caso, lo stesso Vadim per
esempio è praticamente un miracolo che sia ancora vivo. In generale
i rapporti umani e famigliari (le famiglie che incontriamo sono
disfunzionali, in primis quelle dei protagonisti) sono degradati:
povertà, abbandono e tanto “fare da sé, arrangiarsi”.
“La locomotiva
ululò due volte e il treno si mise in moto a sobbalzi. La settima
sinfonia di Šostakovič irruppe dall’altoparlante di plastica, e
così si allontana Novosibirsk, il frastuono dei suoi sobborghi in
costruzione, il suo cielo levigato e soleggiato. Si allontana
Novosibirsk, l’odore di acciaio marcio che penetra dal finestrino
del vagone. Si allontanano il vago profumo di garofani chiari,
l’aroma intenso dell’aglio e l’acre tanfo del sudore spremuto
dai lavori forzati. Si allontanano Novosibirsk, gli installatori, i
minatori, la città industriale dei sogni passati, cui fan la guardia
moderne periferie annerite dal fumo, massacrate dalle intemperie e le
tristi carcasse di migliaia di caseggiati prefabbricati. Si
allontanano le luci cieche delle fabbriche che sudano a quaranta
gradi sotto zero, i loro cancelli miagolanti, i grandi magazzini
centrali, le carogne di gatti torturati agli angoli degli alberghi,
le babbucce di feltro e i pantaloni di lana marroni, le botteghe
delle cooperative di consumo, la terra stanca, Novosibirsk. Già la
zona industriale cede il posto a un sobborgo corroso
dall’inquinamento. Luce, luce abbagliante, e a un sobborgo segue un
altro, luce e penombra, e sfreccia in direzione opposta un treno
merci lungo come una notte di veglia, e ancora luce, la luce
abbagliante del cielo siberiano, e sobborghi, periferie, sobborghi,
agglomerati di case senza fine. Questa è ancora Novosibirsk:
autocarri su una strada che non è una strada, un cavallo e una
gabbia per fieno, una taiga siberiana, su cui fluttua una nebbia
rossa. I boschi filano via a pazza velocità, un caseggiato di
diciotto piani solitario in mezzo a campi devastanti sepolti sotto la
neve. La foresta dilaga, questa non è più Novosibirsk: una collina,
una valle, sottobosco. Il treno precipita verso la tundra ignota e
Novosibirsk non è che un mucchio di pietre che vengono risucchiate
lontano. Il treno si immerge nella natura, avanza pulsando attraverso
il paese innevato, deserto.” Pag 89 e 90
Il libro ha avuto
un grandissimo successo, inaspettato data la tematica (semplificando
al massimo la Finlandia non ha un buon rapporto con la Russia), è in
parte autobiografico nel senso che Rosa Liksom ha davvero fatto un
viaggio sulla transiberiana da Mosca a Ulan Bator negli anni ’80 ed
era quindi una giovane ragazza finlandese, e quindi penso si sia
ispirata per le descrizioni alla sua esperienza non credo che abbia
fatto il viaggio con un Vadim. Inoltre il libro è una sorta di
omaggio allo scrittore russo Cechov e al suo racconto “La corsia n.
6” in entrambi, pur avendo un ambientazione molto diversa, si
respira decadenza e nostalgia. Infine ho visto che da questo libro è
stato tratto un film “Scompartimento n. 6 – In viaggio con il
destino” anche se leggendo la trama online è piuttosto diversa da
quella del libro, ciononostante in futuro potrei farci un pensierino.
Fatemi sapere se
lo avete letto e se conoscete questa autrice.