TITOLO:
Orme
AUTORE:
Robyn Davidson traduzione di Benedetta Bini
EDITORE:
Feltrinelli
PAGINE:
262
PREZZO:
€ 9,50
GENERE:
letteratura australiana, libri di viaggio, storia vera
LUOGHI VISITATI: Australia
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“Fu
solo allora che comincia a capire in che razza di pasticcio mi ero andata a
cacciare, solo allora mi resi conto di quanto ero stata stupida a non prevedere
tutto quello che sarebbe successo. Sembra che la combinazione di una serie di
elementi – donna, deserto, cammelli, solitudine – avesse colpito
l’immaginazione di questa era senza passioni e senza cuore; e avesse acceso la
fantasia delle persone che si vedono alienate, prive di potere, incapaci di
fare qualcosa in un mondo ormai impazzito.”
Un’avventura
alla ricerca di se stessi e del senso della vita.
Come
dice il sottotitolo una donna, quattro cammelli e un cane attraversano il
deserto australiano da Alice Spring a Hamelin Pool sull’oceano indiano. Un viaggio
che è scoperta di se stessi e del proprio ruolo nel mondo; e per noi lettori
anche di scoperta dell’Australia
È
un memoir e leggiamo le parole, l’esperienza di Robyn Davidson che oggi scrive
per il National Geographic rivista che in parte ha finanziato e accompagnato la
sua impresa.
Ma
la sua è stata fondamentalmente un’esperienza in solitaria. Robyn è una donna
dal carattere forte, combattiva, quasi selvaggia, senz’altro molto coraggiosa.
“Ma
ancora peggio, ero un essere mitico che aveva fatto qualcosa di coraggioso al
di là delle possibilità che si offrivano alla gente comune. E questo era
proprio agli antipodi di quello che pensavo – e cioè che chiunque può fare
qualsiasi cosa. Se ero riuscita a farcela ad attraversare il deserto, beh
allora chiunque poteva fare qualsiasi cosa.”
Ma
chi è questa donna? Una ragazza qualsiasi, che un giorno ha quest’idea folle di
attraversare il deserto con dei cammelli, senza nessuna particolare
preparazione, non conosce i luoghi e in realtà nemmeno i cammelli. Infatti il
reportage inizia dal sua arrivo ad Alice Springs dove rimarrà un paio d’anni
lavorando sia per mettere da parte i soldi necessari al viaggio, per comprare
gli animali e tutta l’attrezzatura necessaria, ma anche e soprattutto per
imparare a gestire, domare e convivere con questi animali.
Fin
da subito tra Robyn e i cammelli si instaura un legame unico e speciale:
“Una
volta per tutte voglio sfatare qualcuna delle leggende che in genere si
raccontano su questi animali. A eccezione dei cani, sono le bestie più
intelligenti che io conosca: direi che hanno un quoziente di intelligenza
corrispondente a quello di un bambino di otto anni. Sono affettuosi, insolenti,
giocherelloni, spiritosi (sì, spiritosi), padroni di sé, pazienti, forti, e
sono soprattutto fonte continua di curiosità e di fascino. Sono anche molto
difficili da allevare, perché si tratta di animali dal temperamento
essenzialmente poco domestico e al tempo stesso molto vivaci e furbi. È per
questo che godono di una pessima reputazione. Se non vengono presi del verso
giusto possono diventare recalcitranti e anche pericolosi, ma quelli di Kurt
non rientravano in questa categoria: erano solo dei grossi cuccioloni curiosi.
E non è nemmeno vero che puzzano, tranne quanto, per ripicca o per paura, ti
sputano addosso un bolo verde e vischioso. Aggiungerei anche che sono animali
molto sensibili, che si spaventano con grande facilità soprattutto per colpa di
guardiani o allevatori inesperti, dai quali possono essere rovinati per sempre.
Sono bestie altere, etnocentriche, convinte – lo si capisce benissimo – di
essere la razza eletta: possono essere anche codardi, e quell’atteggiamento
altero e aristocratico nasconde spesso un cuore sensibile e delicato. Insomma,
ero stata conquistata.”
Di
cosa parla? Certo parla della traversata del deserto, della vita quotidiana in
un esperienza del genere, ci sono descrizioni stupende del paesaggio che la
circonda, della solitudine, della pazzia ma anche della libertà che sperimenta.
Ma parla molto anche di Australia, di società e cultura, di ambiente e di
aborigeni.
Della
società australiana analizza soprattutto la “periferia” la vita nel difficile
entroterra di cui la piccola Alice Spring è un esempio, una società tendenzialmente
rozza e predominata da violenza e razzismo e profondamente misogina; misoginia
di cui ricostruisce la storia (ipotizzando una possibile origine) legandola a
doppio filo a quella della colonizzazione europea:
“Ma
per riuscire a comprendere davvero quanto siano profonde, in questo paese, le
radici del culto della misoginia, bisogna andare a disseppellire per lo meno
duecento anni di storia dell’Australia bianca, e sbarcare idealmente sulle
spiagge di questa ‘immensa terra scura’ con un drappello di forzati pronti a
tutto e molto bravi col pugnale. A dire il vero, il luogo dove approdarono era
abbastanza verde e invitante: l’affare della ‘terra scura’ arrivò solo in un
secondo momento. Non è difficile immaginare che la vita non fosse troppo facile
nella colonia, ma i ragazzi impararono ad aiutarsi l’uno con l’altro e una
volta scontata la pena, quelli che si reggevano ancora in piedi si
avventurarono nella regione minacciosa e inaccessibile che stava al di là del
confine per cercare un qualche modo di sopravvivere. Era gente brutale, che non
aveva assolutamente nulla da perdere – e c’era l’alcol ad attutire i colpi. Fu
intorno al 1840 che i nuovi abitanti dell’isola cominciarono ad accorgersi che
mancava qualcosa: pecore, e donne. Le prime le importarono dalla Spagna: un
colpo di genio, che permise all’Australia di fare ingresso nella mappa
dell’economia mondiale. Le seconde, invece, furono fatte venire via nave dopo
essere state prelevate dagli ospizi e dagli orfanatrofi d’Inghilterra. Visto
che non ce n’erano abbastanza per tutti (donne, voglio dire), non è nemmeno
troppo difficile immaginare gli assalti frenetici ai moli di Sidney quando
entravano in porto, a vele spiegate, le navi cariche di ragazze. Ci vuole molto
più di un secolo per cancellare gli effetti di una memoria così traumatica, e
d’altronde il culto è tenuto in piedi e – per così dire- coltivato in ogni pub
del paese, e specialmente all’interno, dove si è ancora molto legati
sentimentalmente all’immagine stereotipa del maschio ‘aussie’ (abbreviazione
colloquiale di australiano). L’incarnazione odierna di questo mito è del tutto
priva di fascino: è un essere pieno di pregiudizi, bigotto, noioso, e
soprattutto brutale. Le uniche cose che lo interessano nella vita sono fare a
pugni, usare il fucile e bere.”
Ma
la società australiana dell’esperienza di Robyn non è solo negativa, presenta
anche una peculiarità: la solidità dell’amicizia tra australiani:
“Non
ho mai più trovato, in nessun’altra parte del mondo, quel tipo di amicizia che
esiste in certi settori della società australiana. Probabilmente c’entrano
tante cose: un antico codice di cameratismo, il fatto che le persone hanno
ancora il tempo di occuparsi l’una dell’altra, che i dissidenti, in passato,
avevano sviluppato un forte senso della comunità, e che fattori come la
competitività e il successo non sono ancora diventati aspetti fondamentali
della cultura australiana, e ancora c’entra una generosità di spirito che può
permettersi di crescere, di fiorire, in questo ambiente abbastanza unico al
mondo, fatto di spazio senza tradizioni e di grandi potenzialità umane.
Comunque sia, ha un valore infinito.”
Ed
emerge anche la fratellanza, la vicinanza e l’aiuto che molte persone regalano
a Robyn durante la traversata, si tratta principalmente delle persone che
vivono nel “bush” dell’entroterra (cioè delle praterie e zone boscose che sono
state occupate dai bianche e destinate agli allevamenti), persone che aiutano
gli altri anche se hanno poco per se stessi.
Dicevo
che si occupa anche di Aborigeni e ambiente e (soprattutto) sotto questi due
aspetti il libro rappresenta quasi una denuncia.
Alla
base della “spedizione” di Robyn c’è anche il desiderio di avvicinarsi al popolo
autoctono e minacciato degli Aborigeni, sono varie le parti che dedica loro. Si
ha modo di scoprire come vivono, in riserve come gli Indiani Pellerossa oppure
ai margini delle città in cerca di un lavoro precario che non arriverà mai e
che li vede sprofondare nella depressione e nell’alcol, e vengono anche
spiegati i motivi, la vita di un aborigeno è fortemente legata alla terra – sia
a livello di coltivazione e caccia come metodi di sostentamento sia, ancor di
più, a livello culturale sulla base di una millenaria tradizione di riti e
credenze; persa la terra perdono il senso stesso della vita – cosa fa il
governo per loro? poco o nulla; cosa devono subire gli aborigeni? tanto a
partire dalla violazione della propria terra e delle proprie credenze, dalla
fastidiosa, pressante e umiliante presenza di turisti e antropologi che li
studiano. Infine sono oggetto di
razzismo e discriminazioni e sono flagellati dalla disoccupazione e
dall’alcolismo. Nel momento in cui Robyn Davidson ce ne parla siamo agli inizi
degli anni ’70 e sono attivi una serie di movimenti che si battono il
riconoscimento dei diritti civili degli aborigeni; per fortuna proprio a
partire dalla seconda metà degli anni Settanta in avanti le cose sono andate
migliorando, anche se ancora oggi non esiste una parità piena almeno per quel
che riguarda mortalità, salute e aspettativa di vita.
Robyn
condivide una piccola parte di viaggio con un compagno speciale: Eddie
“Era
una compagnia piacevolissima, quella di Eddie, che aveva tutte le qualità
tipiche degli aborigeni: forza, calore, allegria, padronanza di sé, e una
consistenza, una solidità che immediatamente imponevano rispetto. E mentre
proseguivamo nel cammino, continuavo a domandarmi come era possibile che la
definizione ‘primitivo’, con tutte le sottili e malevole connotazioni della parola,
potesse essere mai stata attribuita a persone come lui. Se, come qualcuno ha
detto ‘essere davvero civilizzati significa contrarre un disagio’, allora Eddie
e la sua gente non erano per niente civilizzati. Perché proprio questa qualità
era in lui tanto evidente: era sano, tutto d’un pezzo, un essere completo, ed
era qualcosa che irradiava da lui con tale forza che bisognava essere
completamente stupidi per non rendersene conto. […] Ma pensai a questo vecchio
uomo e alla sua gente. Pensai a come erano stati massacrati, quasi cancellati
dalla faccia della terra, forzati a vivere in insediamenti che ricordavano
molto da vicino i campi di concentramento, e poi incalzati, spinti, misurati,
mentre voluminosi testi di antropologia pubblicavano foto a colori dei loro
rituali, mentre i loro oggetti sacri venivano rubati e disseminati nei musei,
mentre ogni occasione era buona per logorarli e privarli della loro forza e
integrità. Non c’era un bianco che non li avesse fraintesi e insultati, per poi
lasciarli a marcire, imbottiti di alcol di infima qualità, dopo aver loro
passato tutte le nostre malattie. Volsi lo sguardo a questo meraviglioso
vecchio, strambo e mezzo cieco, che si torceva dalla risate come se non avesse
mai visto niente del genere, come se non fosse mai stato oggetto di un
disprezzo ignorante, crudele e bigotto, come se non avesse mai avuto una
preoccupazione in vita sua, e pensai ‘O.K., vecchio, se ce la fai tu, ce la
faccio anch’io’.”
Non
è un romanzo e probabilmente neppure un reportage o un resoconto di viaggio veri
e propri. Piuttosto è un flusso di coscienza, dove Robyn Davidson racconta la
sua esperienza e le sue sensazioni ed emozioni, ci sono parti dove non mancano
le spiegazioni e approfondimenti e altre, soprattutto i legami di amicizia personali,
che semplicemente vengono riportati.
È
una lettura che sa essere esperienza di viaggio sia nel mondo che all’interno
dell’io narrante e di riflesso anche nell’io lettore. Purtroppo questo è
l’unico scritto della Davidson tradotto in italiano almeno da quello che sono
riuscita a capire io. Ma Davidson ha vissuto tante altre avventure che ha poi
documentato in altrettanti reportage, per esempio ho letto che ha viaggiato per
un paio d’anni con una popolazione nomade in India; spero che un giorno vengano
offerti anche ai lettori italiani.
Avete
letto Orme?
Vi
piacciono i libri di viaggio?