venerdì 24 aprile 2026

LA STRADA di CORMAC McCARTHY

TITOLO: La strada
AUTORE: Cormac McCarthy         traduzione di: Martina Testa
EDITORE: Einaudi (collana Super ET)
PAGINE: 220
PREZZO: € 13
GENERE: letteratura americana, distopico
LUOGHI VISITATI: futuro distopico/post apocalittico


La strada di Cormac McCarthy è un libro estraniante, doloroso, profondo e disturbante, in una parola dannatamente tosto!

“Quando ci fu luce a sufficienza per usare il binocolo ispezionò la valle sottostante. Tutto sfumava nell’oscurità. La cenere si sollevava leggera in lenti mulinelli sopra l’asfalto. Studiò quel poco che riusciva a vedere. I tratti di strada laggiù fra gli alberi morti. In cerca di qualche traccia di colore. Un movimento. Un filo di fumo. Abbassò il binocolo e si tirò giù la mascherina di cotone dal viso, si asciugò il naso con il polso e riprese a scrutare la zona circostante. Poi rimase seduto lì con il binocolo in mano a guardare la luce cinerea del giorno che si rapprendeva sopra la terra. Sapeva solo che il bambino era la sua garanzia.”

Seguiamo le vicende di un padre e un figlio, soli, in viaggio verso sud, verso luoghi più caldi dove forse sarà più facile (soppra)vivere. Siamo in un mondo distopico, post apocalittico (molto ben rappresentato dall’immagine di copertina) freddo, grigio, buio, dove tutto o quasi è bruciato, devastato, abbandonato. Sicuramente ci sono altri uomini in giro e anche per questo devono costantemente guardarsi le spalle, l’empatia e la solidarietà sono rarissime se non estinte come tutti gli animali e le piante. Ci sono molte persone cattive in giro, bande, organizzazioni armate che cacciano altri uomini per farli schiavi e nutrirsene ad esempio ma anche altri disperati. È un mondo durissimo, dove vige la legge del più forte, dove è in gioco la sopravvivenza stessa e si fa di tutto pur di vivere un giorno in più. Tutto sommato non mi sento di condannare o biasimare i “cattivi”: o muori tu o muoio io. È un libro che porta sicuramente a riflettere su cosa faremmo noi? Cosa farei io in una situazione del genere? Sceglierei di vivere oppure no? E in caso affermativo con quali mezzi e modalità?

Al mattino si svegliò, si rigirò nella coperta e guardò fra gli alberi verso la strada nella direzione da cui erano venuti appena in tempo per veder comparire una schiera di persone che avanzavano in fila per quattro. Indossavano vestiti di ogni tipo, ma tutti portavano una sciarpa rossa al collo. Rossa o arancione, quanto di più vicino al rosso erano riusciti a trovare. Poggiò la mano sulla testa del bambino. Shh, disse.
Papà, cosa c’è?
Gente che passa sulla strada. Tu stai giù. Non guardare.
Niente fumo dal fuoco ormai spento. Il carrello ben nascosto. L’uomo si appiattì al suolo e rimase a spiare da sopra gli avanbracci. Un esercito di scarpe da ginnastica che avanzava incespicando. In mano pezzi di tubo lunghi un metro avvolti in strisce di cuoio, assicurati al polso con un cordoncino. Dentro alcuni di questi tubi scorrevano catene che avevano all’estremità corpi contundenti di ogni tipo. Passarono sferragliando, con l’andatura dondolante dei giocattoli a molla. Barbuti, l’alito che evaporava attraverso le mascherine. Shh, disse l’uomo. Shh. La falange che seguiva i primi era armata di aste o lance guarnite di nastri, le lunghe lame ricavate da sospensioni di camion rimodellate sull’incudine di qualche rozza fucina più a nord. Il bambino era steso con la testa fra le braccia, terrorizzato. Passarono a poco più di cinquanta metri di distanza da loro facendo vibrare il terreno. Pestando forte i piedi. Di seguito venivano una serie di carri trainati da schiavi in catene, carichi del bottino di guerra, e dopo ancora le donne, forse una dozzina, alcune incinte, e infine, di scorta, un gruppetto di catamiti, troppo poco coperti per quel freddo, dotati di collare e aggiogati insieme. Sfilarono gli uni dopo gli altri. Loro due rimasero in ascolto.
Papà, se ne sono andati?
Sì, se ne sono andati.
Li hai visti?
Sì.
Erano i cattivi?
Sì, erano i cattivi.
Ce ne sono tanti di questi cattivi.
Sì, infatti. Ma se ne sono andati.
Si alzarono e si ripulirono, ascoltando il silenzio tutto intorno.
Dove vanno, papà?
Non lo so. Ma si stanno spostando. Non è un buon segno.
Perché non è un buon segno.
Non è un buon segno, punto e basta. Dobbiamo dare un’occhiata alla cartina.”

 

La narrazione è molto particolare anzitutto il romanzo è suddiviso esclusivamente in paragrafi (non ci sono capitoli), con frasi tendenzialmente corte e molto corte. E viene fatto un uso particolare della punteggiatura soprattutto per i dialoghi che si caratterizzano per l’assenza di punteggiatura introduttiva come le virgolette: sono semplicemente frasi o spesso affermazioni che si susseguono. Se da un lato non sono facilissimi da seguire (io sono dovuta tornare indietro più volte e magari anche scrivere vicino/tenere traccia di chi stesse parlando perché trattandosi per lo più di botta e risposta a monosillabi quando sono più lunghi diventa più complesso seguirli, ma magari è solo un problema mio) dall’altro ciò rende la narrazione estremante fluida e scorrevole. La scrittura è cruda, diretta, essenziale, non descrittiva (pur fornendoci il quadro completo di quello che dobbiamo sapere), tragica.

Altra particolarità è che i protagonisti non hanno nomi o perlomeno noi non li conosciamo, ci vengono indicati sempre come padre e figlio oppure uomo e bambino, quindi una narrazione di estremamente apersonale, asettica mi viene da dire ma ciononostante in grado di creare un’empatia molto profonda con il lettore (o perlomeno io sono entrata moltissimo in empatia). E in generale non ci sono nomi di luoghi specifici, se non il pianeta terra.

“Arrivati qui dobbiamo attraversare un ponte. A occhio e croce saranno una dozzina di chilometri. Questo è il fiume. Scorre verso est. Noi dobbiamo seguire la strada da questa parte, lungo il versante orientale delle montagne. Le nostre strade sono queste qui, segnate in nero. Le strade statali.
Perché si chiamano statali?
Perché una volta erano di proprietà degli stati. Di quelli che all’epoca si chiamavano stati.
E adesso di stati non ce ne sono più?
No.
Che fine hanno fatto?
Non lo so di preciso. È una bella domanda.
Ma le strade ci sono ancora.
Sì. Almeno per un po’.
Per un po’ quanto?
Non lo so. Magari per un bel pezzo. Quelle è impossibile sradicarle, quindi dovrebbero restare al loro posto per un bel pezzo.
Ma non ci passeranno più le macchine e i camion.
No.
Ok.
Sei pronto?
Il bambino annuì. Si asciugò il naso sulla manica e si mise in spalla il piccolo zaino, l’uomo ripiegò i pezzi di cartina e si alzò e il bambino lo seguì fra gli spuntoni grigi degli alberi fino alla strada.”

 

Il mondo in cui la storia è ambientata è un modo post apocalittico ma il mondo di partenza era un modo uguale al nostro o forse è meglio dire il nostro, è poi successo qualcosa (che non sappiamo) che ha portato alla situazione del presente narrativo, ci sono vari accenni ai cambiamenti del mondo – nei rari momenti di ricordo dell’uomo/padre – forse delle guerre, dei massacri delle lotte di qualche tipo tra uomini, tra i sopravvissuti alle prime catastrofi. Saranno rimasti dei buoni?

“Secondo te quanta gente c’è ancora viva?
Nel mondo?
Nel mondo. Sì.
Non lo so. Fermiamoci a riposare.
Ok.
Mi stai facendo stancare.
Ok.
Si sedettero tra i loro fagotti.
Papà, per quanto tempo possiamo restare qui?
Me l’hai già chiesto.
Lo so.
Vedremo.
Quindi non molto.
Probabilmente no.
Il bambino si mise a bucherellare la sabbia con le dita fino a che non ebbe formato un cerchio tutto attorno a sé. L’uomo lo guardava. Non lo so quanta gente è rimasta, disse. Secondo me non moltissima.
Già. Il bambino si strinse la coperta attorno alle spalle e guardò verso la spiaggia grigia e deserta.
Cosa c’è?, disse l’uomo.
Niente.
No. Dimmi.
Potrebbero esserci delle persone vive in qualche altro posto.
Cioè dove?
Non lo so. In qualunque posto.
Intendi fuori dalla terra?
Sì.
Non credo. Non si può vivere da nessun’altra parte.
Neanche se fossero riusciti ad arrivarci?
No.
Il bambino distolse lo sguardo.
Cosa c’è?, disse l’uomo.
Il bambino scosse la testa. Non so cosa ci stiamo a fare qui, disse.
L’uomo stava per rispondere. Ma poi non lo fece. Dopo un po’ disse: Ce ne sono di persone. Ce ne sono, e noi le troveremo. Vedrai.”

Altro punto di riflessione molto importante è come siamo arrivati a questo mondo? Non ci sono spiegazioni ma solo (incidentali) descrizioni del paesaggio circostante, degli accenni a tempeste di fuoco di qualche tipo che hanno bruciato e carbonizzato tutto al loro passaggio, talvolta sciogliendo cose e persone (non sappiamo cosa possano averle causate ma potremmo ragionarci: meteoriti? Bombe atomiche? Giusto per citare le cose più ovvie, e il pensiero agli effetti dell’atomica è la prima cosa che mi è venuta in mente leggendo). È vero non sappiamo cosa è successo ma per come il mondo sta andando oggi (e anche qui per citare le cose più ovvie: guerre, cambiamenti climatici, zero rispetto per l’ambiente) nel lungo termine non posso escludere che potremmo arrivarci.

È una lettura molto forte, straziante, non vedevo l’ora di arrivare alla fine sia per vedere come vanno le cose sia perché era proprio pesante, dopo le sessioni di lettura avevo bisogno di cose leggere, di frivolezze per risollevarmi in qualche modo il morale, per staccare la testa per compensare la pesantezza (in senso positivo, l’importanza, la potenza) di queste pagine. È un libro che ricordo benissimo a distanza di anni, dove la mente continua a ritornare.

“Si voltò a guardare il bambino. Forse per la prima volta, capì che ai suoi occhi lui era un alieno. Un essere venuto da un pianeta che non esisteva più. Le storie che raccontava erano sospette. Non poteva ricostruire il mondo perduto per compiacerlo senza trasmettergli anche il dolore della perdita, e pensò che forse il bambino lo sapeva meglio di lui. Cercò di mettere a fuoco il sogno ma non ci riuscì. Ne conservava solo la sensazione. Forse quelle creature erano venute per metterlo in guardia. Su cosa? Sul fatto che non poteva riaccendere nel cuore del bambino ciò che era ormai cenere nel suo. Anche ora, una parte di lui rimpiangeva di aver trovato quel rifugio. Una parte di lui continuava a desiderare la fine.”

Sicuramente voglio leggere altro di McCarthy ho già in libreria Meridiano di Sangue, mi è parso di capire che la cifra stilistica sia la scrittura cruda e diretta ma che poi abbia spaziato molto nei generi ad esempio il citato Meridiano di sangue è un western.

Come accennato prima il plus di questo libro è la copertina che è bellissima e molto emblematica di questo mondo post apocalittico, tutto grigio, secco, pieno di fumo e fumoso dove ritroviamo i segni della civiltà, della nostra civiltà moderna, sbiaditi, scoloriti, abbandonati.

È una lettura che consiglio, seppur non semplicissima soprattutto dal lato emotivo che porta a riflettere molto sia su cosa faremmo noi sia su come si è arrivati a questo punto.

Fatemi sapere se lo avete letto. Vi aspetto nei commenti.


venerdì 17 aprile 2026

JUMPERS UN SALTO TRA GLI ANIMALI

TITOLO: JUMPERS - Un salto tra gli animali
REGISTA: Daniel Chong
SCENEGGIATURA: Jesse Andrews e Daniel Chong
DURATA: 105 minuti
GENERE: commedia - animazione
AMBIENTAZIONE: oggi


Da quanto tempo non andavo al cinema? Almeno dieci anni. Bella esperienza, anche se io preferisco la comodità del mio salotto (posso interrompere e prendere appunti). È stata la prima volta che abbiamo portato al cinema Giulia e infatti abbiamo scelto l’ultimo film d’animazione firmato Disney Pixar: Jumpers. Un salto con gli animali.

Abbiamo una storia dolce amara, protagonista la giovane Mabel che non accetta la distruzione dello stagno - dove andava sempre da piccola con la nonna - per far posto a una nuova tangenziale. Mabel è una guerriera e si batte per la sua causa con ogni mezzo che ha a disposizione, purtroppo è sola nella battaglia. Casualmente scopre un progetto scientifico sperimentale che permette agli scienziati di trasferire momentaneamente il proprio cervello, la propria coscienza all’interno di un sofisticato ed iper realistico robot (lo scopo è avvicinare gli animali per studiarli senza spaventarli). Mabel si introduce nel corpo di un castoro e va alla ricerca di questo animale per convincerli a tornare allo stagno e così salvarlo. E qui viene il bello perché si scopre un mondo animale davvero meraviglioso, vediamo il mondo animale dal corpo di un animale ma con gli occhi e la sensibilità di un umano. Il mondo dei mammiferi è governato da un castoro Re George che ha una filosofia di vita davvero bellissima e che dovremmo adottare tutti quanti: "Uomini e animali, viviamo tutti sotto lo stesso cielo".

Un mondo in cui i vari animali coesistono e cercano di vivere tranquilli e in pace nella consapevolezza che tutti devono o meglio cercano di vivere/sopravvivere e per farlo qualcuno mangia qualcun altro.

Le avventure che vive Mabel sono davvero tantissime, anzitutto gli scienziati a cui a “rubato” la strumentazione fanno di tutto per riportarla a casa, ma lei continua imperterrita per la sua strada, diciamo che il primo problema che incontriamo è che Mabel comunque resta un umano e cerca di influenzare il mondo animale e questo non è giusto/corretto neanche se guidato da fini nobili.

È una storia a tratti davvero esilarante ma che pone l’accento su aspetti molto importanti del nostro quotidiano in particolare il rispetto del mondo animale e naturale che ci circonda. Spesso noi umani pensiamo di essere superiori ma non è così.

Fatemi sapere cosa ne pensate se lo avete visto. Altrimenti vi consiglio di recuperarlo, anche se è un cartone animato non è solo per bambini anzi trovo che anche gli adulti possano trovare importanti insegnamenti e spunti di riflessione, con il plus di poter condividere la visione con i nostri piccoli.


venerdì 10 aprile 2026

LA SOVRANA LETTRICE di ALAN BENNETT

TITOLO: La sovrana lettrice
AUTORE: Alan Bennett          traduzione di: Monica Pavani
EDITORE: Adelphi (collana Gli Adelphi)
PAGINE: 95
PREZZO: € 10
GENERE: letteratura inglese
LUOGHI VISITATI: Inghilterra, corte della Regina Elisabetta II primi anni 2000




“Inseguendo l’amore si rivelò un’ottima scelta, a suo modo determinante. Se Sua Maestà si fosse orientata su un altro macigno, per esempio un romanzo giovanile di George Eliot o uno degli iniziali di Henry James, nella sua qualità di novizia avrebbe potuto scoraggiarsi per sempre e la faccenda si sarebbe chiusa lì. Avrebbe pensato che leggere era un lavoro.
Invece fin dalle prime pagine il romanzo della Mitford la coinvolse tanto che quella sera il duca, passando davanti alla sua stanza con la borsa dell’acqua calda, la sentì sbellicarsi dal ridere, e pensò bene di affacciarsi alla porta.
«Tutto bene, vecchia mia?»
«Certo. Sto leggendo.»
«Di nuovo?» E il duca se ne andò scuotendo la testa.
La mattina dopo Sua Maestà aveva il naso chiuso ed essendo libera da impegni disse che rimaneva a letto perché sentiva i primi sintomi dell’influenza. Non era da lei e non era neanche vero; ma così poteva continuare a leggere il suo libro.”
 

 

La sovrana lettrice di Alan Bennett è un libricino simpatico e divertente dove la regina Elisabetta II scopre e si innamora della lettura, dei libri e diventa una di noi: una lettrice forte. E Bennett si immagina cosa potrebbe accadere, come cambierebbe la vita della regina ma anche dei sudditi. Abbiamo una regina con pile di libri da leggere, che si porta sempre un libro in borsetta per i ‘tempi morti’ e che si annoia perché l’unica cosa che davvero desidera è tornare al suo libro.

“Stava anche scoprendo che un libro tira l’altro; ovunque si voltava si aprivano nuove porte e le giornate erano sempre troppo corte per leggere quanto avrebbe voluto.”
 

 La narrazione è scorrevole, molto divertente e ironica. L’umorismo da quello che ho capito è una cifra stilistica di Bennett. Ma oltre ad essere divertente, il sottotesto contiene anche delle riflessioni sulla vita e sulla lettura - non solo sulla “dura vita del lettore”.

Fatemi sapere se lo avete letto e cos’altro mi consigliate di questo autore. Vi aspetto nei commenti.