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venerdì 23 ottobre 2026

BLACKWATER III - LA CASA di MICHAEL MCDOWELL

TITOLO: La casa. Blackwater III
AUTORE: Michael McDowell     traduzione di: Elena Cantoni
EDITORE: Beat
PAGINE: 256
PREZZO: €9,90
GENERE: letteratura americana, thriller, horror
LUOGHI VISITATI: Perdido (Alabama) anni '20 e '30


La casa è il terzo volume della saga di Blackwater di Michael McDowell. Attenzione possibili spoiler sui precedenti.

Anzitutto è bellissimo tornare a luoghi e personaggi conosciuti e già amati e vedere come prosegue la storia.

Siamo a Perdido nell’Alabama degli anni ’20 e seguiamo la famiglia Caskey, una famiglia tutto sommato abbastanza normale segnata dalla rivalità continua e incessante tra Mary-Love la matriarca e la nuora Elinor (che ha sposato Oscar Caskey), lotta che coinvolge anche altri membri della famiglia.

“La rivalità che sembrava esistere tra le sorelle separate era un emblema di quella molto più forte che si era sviluppata fra Elinor Caskey e la suocera Mary-Love. Il rapporto tra le due bambine replicava, in una miniatura distorta, l’animosità che regnava tra la madre e la nonna. Mary-Love era il capo indiscusso della famiglia Caskey, una posizione cui era stata elevata alla morte del marito, avvenuta molti anni prima. Nessuno aveva mai contestato la sua autorità fino all’arrivo a Perdido di Elinor Dammert. Con una caparbia energia che aveva eguagliato tutte le armi messe in campo dalla suocera, Elinor si era fatta corteggiare e poi sposare da Oscar, l’unico figlio maschio di Mary-Love.
Le due donne avevano stili del tutto diversi. Elinor non aveva l’indole tempestosa di Mary-Love; i suoi modi erano più subdoli. Sapeva aspettare, e le sue stoccate erano fulminee, nette e sempre inattese. Mary-Love ne era ben consapevole, e negli ultimi anni era diventata via via più inquieta, come se aspettasse l’attacco definitivo che l’avrebbe spodestata. La sua avversione per la nuora si era fatta stridula e indecorosa. La gente di Perdido mormorava, e quei mormorii erano tutti contro di lei: una cosa era disapprovare la moglie di un figlio, altra era fare in modo che quell’avversione fosse nota a tutti. Alla fine Mary-Love aveva capito che le conveniva combattere in prima persona. Elinor non perdeva mai la calma, come se la sua mente fosse già proiettata alla scaramuccia successiva a quella in cui Mary-Love spendeva tutta la sua foga. Metteva in scena ritirate strategiche, per poi sferrare un fendente nell’attimo stesso in cui la suocera alzava le braccia in segno di vittoria. Come un generale tremulo e infiacchito, Mary-Love decise di abbandonare la battaglia, ma senza rinunciare alla guerra.
In sua nipote Miriam aveva un soldatino devoto, privo di scrupoli e assetato di sangue. Mentre Frances, l’emissaria di Elinor, era un avversario malaticcio, timoroso e inerme. In uno scontro fra le sorelle sarebbe stato senz’altro lo schieramento di Mary-Love a trionfare. Ogni giorno lei equipaggiava Miriam di un impeccabile abitino inamidato e di scarpine lustre, la baciava sulla guancia e le sussurrava: «Nessuna esclusione di colpi…»
Ma né Miriam né sua nonna traevano soddisfazione dal quelle facili vittorie, perché Frances non combatteva affatto. Si guardava intorno sconcertata, senza nemmeno capire di essersi avventurata su un campo di battaglia. Elinor avrebbe potuto addestrarla alla lotta e alla strategia, invece non aveva mosso un dito. Perdido parlava delle due sorelle come un tempo aveva parlato di Elinor e Mary-Love. La conclusione unanime era che Miriam fosse una bambina sgradevole e presuntuosa, e che Frances fosse dolce come il miele. E questo diceva qualcosa sulle due case in cui le bambine erano cresciute.”

Trovo Mary-Love di un’antipatia assoluta.

Questo volume come suggerisce il titolo si concentra molto sulla casa in cui vivono Oscar Caskey con la moglie Elinor e la seconda figlia Frances. Ed è proprio nella casa che si cela qualcosa di misterioso, in particolare Frances ha una paura folle per il ripostiglio nella camera sul davanti dove per qualche tempo dovrà dormire. È solo una sensazione, una paura di bambina o c’è qualcosa di più? Nonostante le rassicurazioni di Elinor qualcosa c’è (tra l’altro anche altri hanno visto la luce azzurrina anche se poi non hanno fatto a tempo a raccontarlo…)

 

Blackwater è ascrivibile al genere gotico e horror ma è di un tipo molto sottile, la narrazione porta pian piano al punto di tensione massimo narrando perlopiù cose normali e tranquille, almeno in apparenza. Secondo me questa abilità di McDowell rende la lettura piacevole anche ad un lettore che non ama troppo il genere horror perché è in qualche modo delicato (per la maggior parte del tempo, perché poi quando si arriva al culmine della tensione le cose che succedono sono belle toste).

Uno dei plus di questa serie sono le copertine, che sono estremamente belle ma anche rappresentative, i disegni non sono casuali. Quindi ti trovi, o almeno io ho fatto così, ad ammirarla più e più volte, a riconoscere nei vari disegni gli episodi di cui ha già letto e poi ad interrogarti sul significato di quelli che ancora non hai decifrato.

Fatemi sapere nei commenti se avete letto questo libro e in generale se conoscete la saga e dove siete arrivati.

Vi aspetto nei commenti.


venerdì 21 agosto 2026

UNA COSA DIVERTENTE CHE NON FARÒ MAI PIÙ di DAVID FOSTER WALLACE

TITOLO: Una cosa divertente che non farò mai più
AUTORE: David Foster Wallace   traduzione di: Gabriella D'Angelo e Francesco Piccolo
EDITORE: Minimun Fax
PAGINE: 151
PREZZO: € 15
GENERE: letteratura americana, memoir, reportage
LUOGHI VISITATI: crociera extralusso ai Caraibi 






Questo racconto o meglio questo reportage non mi ha convinto del tutto. Non metto in dubbio la validità della scrittura e che questa sia sintomatica o esemplificativa del genio di David Foster Wallace. Ma personale alla lunga mi ha un po’ annoiato, ho faticato a portarlo a termine. Mi spiego subito: sicuramente interessante leggere il reportage/resoconto di uno scrittore della sua esperienza di una crociera extra lusso nei Caraibi che ha avuto luogo tra l’11 e il 18 marzo del 1995. Quello che io contesto è che alla lunga forza un po’ la mano, io ci ho visto il voler essere sarcastico a tutti i costi.

All’inizio è divertente, ironico e sarcastico però quanto tutto deve necessariamente essere sarcastico diventa anche un po’ noioso, un po’ tirato: ho visto la ricerca del ‘sarcasmo’ e del ‘divertente’ a tutti i costi. Non ho apprezzato nemmeno il fatto che critica le esperienze senza essere mai sceso dalla nave e passa il tempo a descrivere in modo ironico come ci fosse un cameriere personale per la stanza che rimette tutto in ordine ogni guaio/disastro che lui combina ma al tempo stesso è praticamente invisibile, è divertente la prima volta ma alla terza o quarta volta che ritorni su questo aspetto mi annoi punto.

Ci sono sicuramente dei pregi in particolare ho colto che lo sguardo di fondo è lucido e irriverente, racconta verità “scomode” legate al consumismo e al divertimento consumistico della società americana (e non solo). Se devo fare un bilancio per me prevalgono i no, i contro, ho faticato a finirlo pur essendo breve secondo me è troppo lungo.

“E allora oggi è sabato 18 marzo e sono seduto nel bar strapieno di gente dell’aeroporto di Fort Lauderdale, e dal momento in cui sono sceso dalla nave da crociera al momento in cui salirò sull’aereo per Chicago devono passare quattro ore che sto cercando di ammazzare facendo il punto su quella specie di puzzle ipnotico-sensoriale di tutte le cose che ho visto, sentito e fatto per il reportage che mi hanno commissionato.”

Vi aspetto nei commenti per sapere se lo avete letto e se vi è piaciuto.


venerdì 17 luglio 2026

CIRCE di MADELINE MILLER

TITOLO: Circe
AUTORE: Madeline Miller    traduzione di: Marinella Magrì
EDITORE: Marsilio Editore
PAGINE: 416
PREZZO: € 14
GENERE: letteratura americana, retelling mitologico
LUOGHI VISITATI: mito greco





Circe di Madelline Miller è un retelling del mito di Circe narrato in prima persona dalla stessa Circe.

Premetto che io il mito non lo conosco però si legge nella nota finale che si tratta di una rielaborazione piuttosto fedele e io non posso che fidarmi (sapevo solo essere una maga da cui si è fermato Ulisse e che trasformasse gli uomini in maiali).

È una lettura meravigliosa e meravigliosa è la protagonista Circe: donna caparbia determinata, non si lascia intimorire nemmeno dagli dèi e se necessario si oppone e che alla fine riesce a fare ciò che vuole della propria vita (cosa non scontata); è una donna che non si accontenta che conosce i propri limiti e li accetta, da sempre ha un interesse per i mortali.

Quella di Circe è una vita governata dalle passioni e soprattutto dalla ricerca della felicità che per molto tempo gli è stata ingiustamente negata, deve sostanzialmente elemosinare affetto  e alla fine lo troverà nei mortali ma di mortali (così come di dèi) ce ne sono di tanti tipi e la maggior parte sono malvagi o quantomeno irriconoscenti e frivoli (vedasi Glauco dopo la trasformazione si dimentica subito di Circe e si crogiola nelle sue nuove sembianze) oppure i primi marinai che accoglie che dopo aver ricevuto ospitalità approfittano di lei e del fatto che sia sola.

Essere sola sarà la costante della sua vita per moltissimo tempo, nel corso del tempo scoprirà cosa ne è stato delle persone o altri dèi/famigliari. Iniziamo da un’infanzia difficile, praticamente priva di affetto, è brutta e con una voce sgradevole o perlomeno così le dicono la madre, il padre, i fratelli e tutte le cugine nife. Crescerà molto legata al fratello Eete ma poi lui andrà a fondare un suo regno e l’abbandona letteralmente (si capirà poi che non c’è mai stato davvero affetto e amore fraterno).

Incontrerà un mortale, un pescatore di nome Gluaco, Circe decide di trasformarlo non sa ancora nulla di magia ma solo del potere di alcuni fiori gialli che si dice essere nati dal sangue di Crono. Una volta trasformato lui si dimentica di Circe, si crogiola nel suo nuovo stato divino e si innamora di un’altra e Circe accecata dalla gelosia trasforma la rivale in un mostro marino a sei teste. Quando si dice responsabile delle trasformazioni inizialmente nessuno le crede ma poi appurato che possiede dei poteri magici viene esiliata sull’isola di Eea, qui Circe scopre e affina le sue arti magiche.

“In fondo che me ne sarei fatta di un seme di quercia? L’isola ne era piena. Quello che volevo davvero era una fragola selvatica, da far scivolare dolcemente giù per la gola irritata, e dissi proprio questo a quel mallo bruno.
Mutò con tale rapidità che sentii il pollice affondare nel suo corpo soffice e rosso. La fissai, poi emisi un grido di gioia, spaventando gli uccelli e facendoli volare via dai rami.
Riportai in vita un fiore appassito. Bandii le mosche dalla mia casa. Feci sbocciare le ciliegie fuori stagione e mutai il colore del fuoco in verde acceso. Se Eete fosse stato con me, si sarebbe soffocato con la sua barba nel vedere simili trucchetti domestici. Ma dal momento che non conoscevo niente, non c’era niente che non fosse degno di me.
I miei poteri si sovrapponevano come onde. Scoprii di essere particolarmente tagliata per l’illusionismo, evocando immagini di briciole cui i topi si avvicinavano furtivi, inducendo i pesciolini a balzare fuori dall’acqua per sfuggire al becco di un cormorano. Pensai più in grande: un furetto per spaventare le talpe, un gufo per tenere alla larga i conigli. Imparai che l’ora migliore per la raccolta era il chiaro di luna, quando oscurità e rugiada concentravano la linfa. Appresi che cosa crescesse bene in giardino e cosa dovesse essere lasciato nel bosco. Catturai serpenti e imparai a estrarne il veleno dai denti. Riuscii a cavar fuori una goccia di tossina dal pungiglione di una vespa. Curai un albero malato, uccisi un rampicante maligno con un tocco.
Ma Eete non si era sbagliato, era la mutazione il mio dono più grande, ed era lì che il mio pensiero continuava a tornare. Mi parai di fronte a una rosa, e quella mutò in iris. Un intruglio versato sulle radici di un frassino lo trasformò in un olmo. Trasmutai tuti i ciocchi da ardere in legna di cedro perché il suo profumo riempisse ogni sera la mia casa. Catturai un’ape e ne feci un rospo, di uno scorpione feci un topo.
Fu in quello che scoprii i limiti del mio potere. Per quanto potente fosse la mistura, per quanto ben ordito fosse l’incantesimo, il rospo continuava a tentare di volare, e il topo di pungere. La mutazione influenzava i corpi, non le menti.
Allora pensai a Scilla. La sua natura di ninfa viveva ancora all’interno di quel mostro a sei teste? Oppure le piante spuntate dal sangue degli dei avevano attuato una vera trasformazione? Non lo sapevo. E dissi al vento: Ovunque tu sia, spero tu stia trovando la tua soddisfazione.” Pag 92 e 93

Passa il tempo (i secoli) e incontra altre persone come Dedalo quando viene chiamata a Creta dalla sorella Pasifae per farsi aiutare a mettere al monto il Minotauro, e poi altri secoli dopo Ulisse. Tra i due si instaura un profondo legame di amicizia e amore, ma poi lui deve ripartire e lei si ritrova di nuovo sola e madre di Telegono. Dopo qualche anno Telegono vuole andare a conoscere il padre ma le cose non vanno come sperato, Ulisse è molto cambiato e Telegono torna a Eea con Telemaco e Penelope che cercano la protezione di Circe. Da qui nuovi impegni di Circe fino all’epilogo molto bello, sorprendente (per me che non conoscevo il mito).

Ho raccontato un po’ la trama per dare un’idea di cosa si andrà a leggere ma sono stata comunque molto superficiale, inoltre per chi conosce il mito non è nulla di nuovo.

A me è piaciuto molto il libro, il modo in cui è scritto e raccontata la storia di Circe che come detto è il mio primo approccio perché non sapevo praticamente nulla mi è piaciuta molto la figura di Circe con cui ho empatizzato tanto è una donna molto coraggiosa, forte, sicura di sé, determinata e caparbia.

Di questa autrice ho letto e amato anche quello su Achille, so che c’è un altro suo libro Galatea edito Sonzogno che però mi è parso di capire essere diverso da quelli che ho letto e perché molto più breve e illustrato. Spero tanto scriva altri retelling e perché no anche altre storie.

Vi aspetto nei commenti.


venerdì 24 aprile 2026

LA STRADA di CORMAC McCARTHY

TITOLO: La strada
AUTORE: Cormac McCarthy         traduzione di: Martina Testa
EDITORE: Einaudi (collana Super ET)
PAGINE: 220
PREZZO: € 13
GENERE: letteratura americana, distopico
LUOGHI VISITATI: futuro distopico/post apocalittico


La strada di Cormac McCarthy è un libro estraniante, doloroso, profondo e disturbante, in una parola dannatamente tosto!

“Quando ci fu luce a sufficienza per usare il binocolo ispezionò la valle sottostante. Tutto sfumava nell’oscurità. La cenere si sollevava leggera in lenti mulinelli sopra l’asfalto. Studiò quel poco che riusciva a vedere. I tratti di strada laggiù fra gli alberi morti. In cerca di qualche traccia di colore. Un movimento. Un filo di fumo. Abbassò il binocolo e si tirò giù la mascherina di cotone dal viso, si asciugò il naso con il polso e riprese a scrutare la zona circostante. Poi rimase seduto lì con il binocolo in mano a guardare la luce cinerea del giorno che si rapprendeva sopra la terra. Sapeva solo che il bambino era la sua garanzia.”

Seguiamo le vicende di un padre e un figlio, soli, in viaggio verso sud, verso luoghi più caldi dove forse sarà più facile (soppra)vivere. Siamo in un mondo distopico, post apocalittico (molto ben rappresentato dall’immagine di copertina) freddo, grigio, buio, dove tutto o quasi è bruciato, devastato, abbandonato. Sicuramente ci sono altri uomini in giro e anche per questo devono costantemente guardarsi le spalle, l’empatia e la solidarietà sono rarissime se non estinte come tutti gli animali e le piante. Ci sono molte persone cattive in giro, bande, organizzazioni armate che cacciano altri uomini per farli schiavi e nutrirsene ad esempio ma anche altri disperati. È un mondo durissimo, dove vige la legge del più forte, dove è in gioco la sopravvivenza stessa e si fa di tutto pur di vivere un giorno in più. Tutto sommato non mi sento di condannare o biasimare i “cattivi”: o muori tu o muoio io. È un libro che porta sicuramente a riflettere su cosa faremmo noi? Cosa farei io in una situazione del genere? Sceglierei di vivere oppure no? E in caso affermativo con quali mezzi e modalità?

“Al mattino si svegliò, si rigirò nella coperta e guardò fra gli alberi verso la strada nella direzione da cui erano venuti appena in tempo per veder comparire una schiera di persone che avanzavano in fila per quattro. Indossavano vestiti di ogni tipo, ma tutti portavano una sciarpa rossa al collo. Rossa o arancione, quanto di più vicino al rosso erano riusciti a trovare. Poggiò la mano sulla testa del bambino. Shh, disse.
Papà, cosa c’è?
Gente che passa sulla strada. Tu stai giù. Non guardare.
Niente fumo dal fuoco ormai spento. Il carrello ben nascosto. L’uomo si appiattì al suolo e rimase a spiare da sopra gli avanbracci. Un esercito di scarpe da ginnastica che avanzava incespicando. In mano pezzi di tubo lunghi un metro avvolti in strisce di cuoio, assicurati al polso con un cordoncino. Dentro alcuni di questi tubi scorrevano catene che avevano all’estremità corpi contundenti di ogni tipo. Passarono sferragliando, con l’andatura dondolante dei giocattoli a molla. Barbuti, l’alito che evaporava attraverso le mascherine. Shh, disse l’uomo. Shh. La falange che seguiva i primi era armata di aste o lance guarnite di nastri, le lunghe lame ricavate da sospensioni di camion rimodellate sull’incudine di qualche rozza fucina più a nord. Il bambino era steso con la testa fra le braccia, terrorizzato. Passarono a poco più di cinquanta metri di distanza da loro facendo vibrare il terreno. Pestando forte i piedi. Di seguito venivano una serie di carri trainati da schiavi in catene, carichi del bottino di guerra, e dopo ancora le donne, forse una dozzina, alcune incinte, e infine, di scorta, un gruppetto di catamiti, troppo poco coperti per quel freddo, dotati di collare e aggiogati insieme. Sfilarono gli uni dopo gli altri. Loro due rimasero in ascolto.
Papà, se ne sono andati?
Sì, se ne sono andati.
Li hai visti?
Sì.
Erano i cattivi?
Sì, erano i cattivi.
Ce ne sono tanti di questi cattivi.
Sì, infatti. Ma se ne sono andati.
Si alzarono e si ripulirono, ascoltando il silenzio tutto intorno.
Dove vanno, papà?
Non lo so. Ma si stanno spostando. Non è un buon segno.
Perché non è un buon segno.
Non è un buon segno, punto e basta. Dobbiamo dare un’occhiata alla cartina.”

 

La narrazione è molto particolare anzitutto il romanzo è suddiviso esclusivamente in paragrafi (non ci sono capitoli), con frasi tendenzialmente corte e molto corte. E viene fatto un uso particolare della punteggiatura soprattutto per i dialoghi che si caratterizzano per l’assenza di punteggiatura introduttiva come le virgolette: sono semplicemente frasi o spesso affermazioni che si susseguono. Se da un lato non sono facilissimi da seguire (io sono dovuta tornare indietro più volte e magari anche scrivere vicino/tenere traccia di chi stesse parlando perché trattandosi per lo più di botta e risposta a monosillabi quando sono più lunghi diventa più complesso seguirli, ma magari è solo un problema mio) dall’altro ciò rende la narrazione estremante fluida e scorrevole. La scrittura è cruda, diretta, essenziale, non descrittiva (pur fornendoci il quadro completo di quello che dobbiamo sapere), tragica.

Altra particolarità è che i protagonisti non hanno nomi o perlomeno noi non li conosciamo, ci vengono indicati sempre come padre e figlio oppure uomo e bambino, quindi una narrazione di estremamente apersonale, asettica mi viene da dire ma ciononostante in grado di creare un’empatia molto profonda con il lettore (o perlomeno io sono entrata moltissimo in empatia). E in generale non ci sono nomi di luoghi specifici, se non il pianeta terra.

“Arrivati qui dobbiamo attraversare un ponte. A occhio e croce saranno una dozzina di chilometri. Questo è il fiume. Scorre verso est. Noi dobbiamo seguire la strada da questa parte, lungo il versante orientale delle montagne. Le nostre strade sono queste qui, segnate in nero. Le strade statali.
Perché si chiamano statali?
Perché una volta erano di proprietà degli stati. Di quelli che all’epoca si chiamavano stati.
E adesso di stati non ce ne sono più?
No.
Che fine hanno fatto?
Non lo so di preciso. È una bella domanda.
Ma le strade ci sono ancora.
Sì. Almeno per un po’.
Per un po’ quanto?
Non lo so. Magari per un bel pezzo. Quelle è impossibile sradicarle, quindi dovrebbero restare al loro posto per un bel pezzo.
Ma non ci passeranno più le macchine e i camion.
No.
Ok.
Sei pronto?
Il bambino annuì. Si asciugò il naso sulla manica e si mise in spalla il piccolo zaino, l’uomo ripiegò i pezzi di cartina e si alzò e il bambino lo seguì fra gli spuntoni grigi degli alberi fino alla strada.”

 

Il mondo in cui la storia è ambientata è un modo post apocalittico ma il mondo di partenza era un modo uguale al nostro o forse è meglio dire il nostro, è poi successo qualcosa (che non sappiamo) che ha portato alla situazione del presente narrativo, ci sono vari accenni ai cambiamenti del mondo – nei rari momenti di ricordo dell’uomo/padre – forse delle guerre, dei massacri delle lotte di qualche tipo tra uomini, tra i sopravvissuti alle prime catastrofi. Saranno rimasti dei buoni?

“Secondo te quanta gente c’è ancora viva?
Nel mondo?
Nel mondo. Sì.
Non lo so. Fermiamoci a riposare.
Ok.
Mi stai facendo stancare.
Ok.
Si sedettero tra i loro fagotti.
Papà, per quanto tempo possiamo restare qui?
Me l’hai già chiesto.
Lo so.
Vedremo.
Quindi non molto.
Probabilmente no.
Il bambino si mise a bucherellare la sabbia con le dita fino a che non ebbe formato un cerchio tutto attorno a sé. L’uomo lo guardava. Non lo so quanta gente è rimasta, disse. Secondo me non moltissima.
Già. Il bambino si strinse la coperta attorno alle spalle e guardò verso la spiaggia grigia e deserta.
Cosa c’è?, disse l’uomo.
Niente.
No. Dimmi.
Potrebbero esserci delle persone vive in qualche altro posto.
Cioè dove?
Non lo so. In qualunque posto.
Intendi fuori dalla terra?
Sì.
Non credo. Non si può vivere da nessun’altra parte.
Neanche se fossero riusciti ad arrivarci?
No.
Il bambino distolse lo sguardo.
Cosa c’è?, disse l’uomo.
Il bambino scosse la testa. Non so cosa ci stiamo a fare qui, disse.
L’uomo stava per rispondere. Ma poi non lo fece. Dopo un po’ disse: Ce ne sono di persone. Ce ne sono, e noi le troveremo. Vedrai.”

Altro punto di riflessione molto importante è come siamo arrivati a questo mondo? Non ci sono spiegazioni ma solo (incidentali) descrizioni del paesaggio circostante, degli accenni a tempeste di fuoco di qualche tipo che hanno bruciato e carbonizzato tutto al loro passaggio, talvolta sciogliendo cose e persone (non sappiamo cosa possano averle causate ma potremmo ragionarci: meteoriti? Bombe atomiche? Giusto per citare le cose più ovvie, e il pensiero agli effetti dell’atomica è la prima cosa che mi è venuta in mente leggendo). È vero non sappiamo cosa è successo ma per come il mondo sta andando oggi (e anche qui per citare le cose più ovvie: guerre, cambiamenti climatici, zero rispetto per l’ambiente) nel lungo termine non posso escludere che potremmo arrivarci.

È una lettura molto forte, straziante, non vedevo l’ora di arrivare alla fine sia per vedere come vanno le cose sia perché era proprio pesante, dopo le sessioni di lettura avevo bisogno di cose leggere, di frivolezze per risollevarmi in qualche modo il morale, per staccare la testa per compensare la pesantezza (in senso positivo, l’importanza, la potenza) di queste pagine. È un libro che ricordo benissimo a distanza di anni, dove la mente continua a ritornare.

“Si voltò a guardare il bambino. Forse per la prima volta, capì che ai suoi occhi lui era un alieno. Un essere venuto da un pianeta che non esisteva più. Le storie che raccontava erano sospette. Non poteva ricostruire il mondo perduto per compiacerlo senza trasmettergli anche il dolore della perdita, e pensò che forse il bambino lo sapeva meglio di lui. Cercò di mettere a fuoco il sogno ma non ci riuscì. Ne conservava solo la sensazione. Forse quelle creature erano venute per metterlo in guardia. Su cosa? Sul fatto che non poteva riaccendere nel cuore del bambino ciò che era ormai cenere nel suo. Anche ora, una parte di lui rimpiangeva di aver trovato quel rifugio. Una parte di lui continuava a desiderare la fine.”

Sicuramente voglio leggere altro di McCarthy ho già in libreria Meridiano di Sangue, mi è parso di capire che la cifra stilistica sia la scrittura cruda e diretta ma che poi abbia spaziato molto nei generi ad esempio il citato Meridiano di sangue è un western.

Come accennato prima il plus di questo libro è la copertina che è bellissima e molto emblematica di questo mondo post apocalittico, tutto grigio, secco, pieno di fumo e fumoso dove ritroviamo i segni della civiltà, della nostra civiltà moderna, sbiaditi, scoloriti, abbandonati.

È una lettura che consiglio, seppur non semplicissima soprattutto dal lato emotivo che porta a riflettere molto sia su cosa faremmo noi sia su come si è arrivati a questo punto.

Fatemi sapere se lo avete letto. Vi aspetto nei commenti.


venerdì 20 febbraio 2026

FAHRENHEIT 451 di RAY BRADBURY

TITOLO: Fahrenheit 451
AUTORE: Ray Bradbury traduzione di: Giuseppe Lippi
EDITORE: Einaudi
PAGINE: 210 
PREZZO: € 12
GENERE: letteratura americana, distopico
LUOGHI VISITATI: America distopica






I pompieri vanno in giro a bruciare le case di chi possiede libri invece di spegnere gli incendi.

Siamo in un mondo futuristico e ipertecnologico (tanto più che il libro è stato scritto negli anni ’50) con un sistema politico di tipo dittatoriale dove le persone non devono pensare e di conseguenza è proibito leggere e possedere libri. Lo vieta la legge ed esiste uno specifico corpo di pompieri che vanno in giro con i lanciafiamme a bruciare i libri delle persone “sovversive” che infrangono questa legge, si parla di fuochi che si fanno di notte per rendere il tutto più spettacolare. I pompieri come li conosciamo non servono perché le case sono ignifughe.

“«[…] ecco perché un libro è come un’arma carica nella casa del vicino. Brucialo, togli le munizioni all’arma. Entra nella mente dell’individuo. Chi può dire quale sarà il bersaglio di un uomo colto? Io non riuscirei a sopportarne uno neanche per un secondo. Quando le case sono diventate ignifughe, in tutto il mondo (l’altra sera avevi ragione, è successo col tempo), non c’è stato più bisogno dei pompieri per le vecchie esigenze. È stato loro assegnato un nuovo compito, quello di custodi della pace mentale, i difensori della nostra comprensibile e legittima paura di sembrare inferiori: così sono diventati censori ufficiali, giudici e giuria. Questo sei tu, Montag, e questo sono io.»”

 

È il potere politico che decide cosa va bene e cosa no, le persone devono limitarsi a vivere e ad essere felici perché non dovendo/potendo pensare sono felici, è questo quello che il potere con la sua propaganda fa credere e riesce a far credere alla maggior parte delle persone.

Se non possono leggere e pensare cosa fanno le persone? Guardano show televisivi, si imbambolano davanti a grandi schemi che forniscono tutto lo spettacolo e l’intrattenimento necessario. Ma ovviamente qualche “sovversivo” c’è.

“«… Se non vuoi che qualcuno sia politicamente scontento, non fargli sapere che la questione ha due aspetti: digliene uno soltanto e non si preoccuperà. Meglio ancora, non dirgli niente. Fagli dimenticare che esiste la guerra. Se il governo è inefficiente, ingiusto e vuole troppe tasse, è meglio che rimanga com’è piuttosto che la gente si agiti. La pace Montag. Dai alla gente concorsi a premi in cui basta conoscere le parole delle canzoni più famose, le capitali degli stati o quanto granoturco si è prodotto l’anno scorso nello Iowa. Riempila di informazioni innocue, rimpinzala di tanti ‘fatti’ e si sentirà intelligente solo perché sa le cose. Loro crederanno di pensare, avranno l’impressione del movimento anche se non si muovono affatto. E tutti saranno felici perché i fatti di quel genere non cambiano. Non dargli armi sdrucciolevoli come filosofia, sociologia o altri strumenti per collegare le cose, perché è là che si annida la malinconia. Chiunque sappia smontare una parete TV e ricostruirla, cosa che oggi la maggior parte degli uomini sa fare, è più felice di chi cerca di calcolare, misurare e risolvere l’universo, che naturalmente si rifiuta di farsi calcolare e risolvere senza aver prima trasformato l’uomo in una belva disadattata. Lo so perché ci ho provato, ma adesso ne ho abbastanza. Meglio frequentare i club e qualche festa, tenersi agli acrobati e i maghi del circo, gli spericolati e le macchine a reazione; meglio fare un giro sui moto-elicotteri e concedersi un po’ di sesso con eroina, insomma tutto quello che puoi ottenere con un riflesso automatico. Se la tragedia è cattiva, se il film non dice niente, se la commedia è vuota, dammi una scossa con la musica elettronica, con un Theremin al massimo volume: crederò che la commedia mi abbia dato un brivido, mentre è soltanto una risposta fisica alle vibrazioni. In realtà non m’interessa affatto, ma mi piace guardare uno spettacolo. Uno qualunque.»”

Il nostro protagonista è Guy Montag, un pompiere a cui il proprio lavoro inizia ad andargli stretto, è insofferente, determinante sarà l’incontro con Clarisse una giovane nuova vicina che vede in lui qualcosa di diverso e pianta definitivamente il seme della curiosità o meglio della necessità di conoscenza. Montag si chiede cosa ci sia nei libri e cercherà di scoprirlo.

È una storia piuttosto breve dove non mancano i colpi di scena ma è anche molto interessante e significativa per gli importanti spunti di riflessione che possiamo trarne. Siamo sicuri che il mondo descritto da Bradbury sia poi tanto diverso dal nostro? Non ci stiamo avvicinando pericolosamente a un sistema dove chi fa domande non è gradito? A me, purtroppo, sembra proprio di sì.

Fahrenheit 451 è un classico della letteratura distopica ed è un libro famosissimo, per me è stato il primo approccio a Ray Bradbury un autore che mi è parso di capire essere molto eclettico, ha scritto molto e di generi diversi, tra i suoi libri da sempre voglio recuperare Il popolo dell’autunno che dovrebbe essere una sorta di horror. Comunque distopici e horror che non sono proprio tra i miei generi “preferiti”.

Riuscireste a vivere in un mondo senza libri? Io no.

Vi aspetto nei commenti.


venerdì 6 febbraio 2026

FIRMINO di SAM SAVAGE

TITOLO: Firmino
AUTORE: Sam Savage         traduzione di: Evelina Santangelo
EDITORE: Einaudi
PAGINE: 186
PREZZO: € 12
GENERE: letteratura americana
LUOGHI VISITATI: Boston anni '60




Protagonista e voce narrante Firmino, che ci racconta la sua vita e la sua grandissima passione per i libri, la lettura e la letteratura.

“Avevo sempre immaginato che la storia della mia vita, se un giorno l’avessi mai scritta, sarebbe cominciata con un capoverso memorabile: lirico come il ‘Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi’ di Nabokov o, se non altro, di grande respiro come il tolstojano: ‘Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo’. La gente ricorda espressioni del genere anche quando del libro dimenticano tutto il resto. Comunque, a proposito di incipit, il migliore a mio avviso non può che ritenersi quello del Buon Soldato di Ford Madox Ford: ‘Questa è la storia più triste che abbia mai sentito’. L’ho letto decine di volte, ma ancora mi lascia di stucco. Ford Madox Ford è stato Un Grande.
Tutta la vita ho battagliato con la scrittura, e non c’è niente che abbia affrontato con più coraggio – sì, questa è l’espressione esatta, coraggio – degli incipit. Ho sempre pensato che, se solo fossi riuscito a scriverne uno buono, tutto il resto sarebbe venuto da sé. Immaginavo quella prima frase come una sorta di grembo semantico ricolmo di embrioni gravidi di pagine non ancora scritte, piccole pepite rilucenti di genialità ansiose di venire alla luce. Da quel vaso magnifico sarebbe stillata, diciamo goccia a goccia l’intera storia. Che delusione! Esattamente il contrario.” 

La particolarità è che il nostro protagonista è un ratto! Un ratto nato nello scantinato di un negozio di libri, che assaggia i libri per fame e poi impara a leggerli e ad amarli.

Scopriamo il mondo con Firmino, il passare del tempo, la politica e il rinnovamento della città di Boston. Pensieri e ambizioni nonché tantissime avventure e sogni ad occhi aperti di un topo. Un topo che, ad esempio, scoprirà la propria immagine e rimarrà molto deluso.

“Com’è ovvio, avevo visto i membri della mia famiglia e credo che, in realtà, avrei dovuto essere in grado di desumere il mio aspetto a partire da loro. Tuttavia, erano tali e così rilevanti le differenze tra noi che avevo pensato – mi ero voluto a ogni costo convincere, solo adesso me ne rendo conto – che fossimo diversi anche in quel senso.
In ultima analisi, vedere me stesso per la prima volta fu tutt’altra cosa che vedere semplicemente un ratto come tanti. Fu un’esperienza più personale, e più dolorosa anche. […] Non soltanto brutto, ma pure vanitoso – il che aggiungeva ridicolo al ridicolo. Me ne stavo lì, ritto, appena sbilanciato, in tutta l’evidenza inoppugnabile dei miei tratti: piccolo, tozzo, pesolo, e senza mento. Firmino: Fur-Man. Uomo-Pelo. Ridicolo. Il mento, o meglio, la sua assenza, mi addolorò in modo particolare. Per quanto, invero, questa cosa insignificant non fosse in grado di far nulla di così audace come indicare qualcosa, sembrava comunque indicare un evidente mancanza di tempra morale. Avevo l’impressione, inoltre, che quegli occhi neri, sporgenti, mi dessero un’aria ributtante, da rana. Per farla breve, era una faccia sfuggente, disonesta, inaffidabile, la faccia di un tipo meschino. Firmino il vermino. Ma questi particolari – assenza di mento, naso appuntito, denti gialli, ecc – erano irrilevanti in se stessi rispetto al risultato generale. Persino allora, quando la mia idea di bellezza non andava al di là dei disegni di Alice fatti da Tenniel, sapevo che quell’aspetto lì era brutto.” 

 

Un topo sognatore, che ama leggere, ma anche scrivere e ha una propria idea sul mondo e sulle cose del mondo. Un topo che ci insegna importanti massime filosofiche e che si immagina in azione nelle sembianze di Fred Astaire.

È un libro particolare perché abbiamo un topo in versione antropomorfizzata, ma chi ci dice che davvero gli animali non sia capaci di sensibilità uguali (se non maggiori) a quelle degli umani?

Pensa come un uomo, sogna di lavorare nella libreria che è la sua casa e conosce benissimo. È anche un essere molto solo, sarà solo per la maggior parte della sua vita anche perché fa delle scelte un po’ diverse. Sceglie di seguire la sua indole di lettore e non piegarsi a quello che “vuole la società” non fa il topo, sostanzialmente fa l’uomo, per questo è isolato rispetto ai suoi simili (che non capiscono Firmino e le sue stranezze e Firmino a sua volta guarda ai ratti quasi con disprezzo non li capisce).

 

È un’opera di fantasia che vuole essere anche un omaggio alla libreria Brattle Book Shop di George Gloss a Scollay Square dove Savage ha comprato dei libri per lui importanti e alla sua Boston. Infatti la vicenda di Firmino si intreccia con la “ricostruzione” di Scollay Square avvenuta negli anni ’60, quando l’intero quartiere storico è stato demolito e poi ricostruito.

È una lettura molto piacevole, a tratti ironica ma soprattutto malinconica. Il libro presenta anche delle illustrazioni di Firmino nello stile che vediamo già in copertina ed è anche molto citazionista, si trovano interessanti spunti per altre letture.

 

Fatemi sapere se lo avete letto. Vi aspetto nei commenti.


venerdì 30 gennaio 2026

DESTINATARIO SCONOSCIUTO di KATHERINE KRESSMANN TAYLOR

TITOLO: Destinatario sconosciuto 
AUTORE: Katherine Kressmann Taylor         traduzione di: Ada Arduini
EDITORE: Rizzoli
PAGINE: 77
PREZZO: € 10
GENERE: letteratura americana, romanzo epistolare
LUOGHI VISITATI: USA e Monaco di Baviera primi anni '30



Destinatario sconosciuto è un libricino tanto piccolo quanto sorprendente. La sorpresa deriva sia dal contenuto, la vicenda prende a un certo punto una piega quasi inaspettata (almeno per me, davo al titolo un significato completamente diverso, pensavo indicasse il cambiamento nei due amici) sia perché questo libro è stato scritto nel 1939, quindi l’autrice ha in qualche modo precorso gli eventi, ha visto lungo se vogliamo e ha saputo cogliere la deriva totalitaria e l’efferatezza del regime nazista. (noi oggi sappiamo come sono andate le cose e magari leggendo siamo portati a pensare che Kressman Taylor abbia scritto dopo).

Abbiamo due protagonisti, due amici: Martin Schulz e Max Eisenstein, vivono a San Francisco dove gestiscono una galleria d’arte che rende molto bene. Nel 1932 Martin torna in Germania con la famiglia, grazie alle entrate della galleria d’arte è praticamente un milionario, mentre Max resta a San Francisco e continua a gestire la galleria per entrambi. I loro rapporti sono uno scambio di lettere e dopo l’ascesa al potere di Hitler Max riceve da Martin notizie piuttosto preoccupanti.

Per quanto piccolo è un racconto molto intenso e drammatico. Grandissimo protagonista è l’animo umano e la sua mutevolezza, è disorientante vedere il cambiamento: si parte da un’amicizia sincera e leale e poi uno dei due diventa sostenitore del nazismo in barba agli ideali che condivideva fino a poco tempo prima con l’amico.

Kressman Taylor si è ispirata ad alcune lettere che ha visto e ne ha tratto una storia potente, disarmante di amicizia e vendetta; un racconto interamente epistolare che quasi con semplicità svela il potere delle ideologie totalitarie e della propaganda: gli effetti nefasti che possono avere sugli animi umani (ricordo che il libro è uscito prima del 1940, prima che il mondo scoprisse le atrocità del nazismo), mostra il potere dell’ideologia, dell’indottrinamento, la capacità di plasmare e modificare il pensiero di un uomo liberale che passa dallo scetticismo al fanatismo.

È un racconto magnifico che si legge in un’oretta, mi piacerebbe leggere altro di questa autrice ma non ho trovato altri libri disponibili.

Fatemi sapere se lo conoscete. Vi aspetto nei commenti


venerdì 26 settembre 2025

TORTA AL CARAMELLO IN PARADISO di FANNIE FLAGG

TITOLO: Torta al caramello in paradiso
AUTORE: Fannie Flagg     traduzione di: O.Crosio
EDITORE: Rizzoli
PAGINE: 372
PREZZO: € 13
GENERE: letteratura americana, confort book
LUOGHI VISITATI: Elmwood Spring cittadina immaginaria del Missouri primi anni 2000

 


 

“Ci sono due modi per vivere la vita. Uno è come se niente fosse un miracolo. Uno è come se tutto fosse un miracolo”

Un libro coccola, perfetto per questo periodo autunnale, me lo immagino da leggere con una tazza di tè e una bella fetta di torta fatta in casa (come la mia crostata nella foto, anche se non è al caramello).

Un libro malinconico, dolce amaro, divertente e triste allo stesso tempo.

Protagonista Elner S una vecchietta molto simpatica, che vive a Elmwood Springs una piccola comunità della provincia americana dove tutti si conoscono. Un giorno Elner cade dalla scala mentre cerca di raggiungere dei fichi e arriva in ospedale in fin di vita. La narrazione si divide in due macro tematiche, che si intrecciano continuamente: Elner in ospedale che si sveglia e prende un ascensore arrivando fino in paradiso e vivendo delle assurde avventure; e Elmwood Springs amici e famigliari che cercano di prendersi cura delle cose di Elner e prepararsi per il funerale, il tutto ricordando tanti aneddoti e avventure di Elner così da conoscerla meglio.  Ma forse non è ancora giunto il momento.

Tutti vorremmo una vicina come Elner, presente, simpatica, solare, infaticabile, sempre pronta alla battuta e soprattutto ad aiutare il prossimo.

Mi è piaciuto moltissimo, avevo un po’ di timore perché di Fannie Flagg ho letto Pomodori verdi fritti che è considerato il suo capolavoro, ma devo dire che anche questo romanzo è molto bello, forse un pochino meno “impegnato” ma comunque godibile e con tanti spunti per riflettere. Non vedo l’ora di leggere anche gli altri romanzi.

Fatemi sapere se lo avete letto e cos’altro di mi consigliate.

venerdì 25 luglio 2025

LONESOME DOVE di LARRY MCMURTRY

TITOLO: Lonesome Dove
AUTORE: Larry McMurtry    traduzione di: Margherita Emo
EDITORE: Einaudi
PAGINE: 992
PREZZO: € 17
GENERE: letteratura americana, letteratura western
LUOGHI VISITATI: Texas metà '800


Un libro meraviglioso che si legge in un soffio nonostante la mola.

Un viaggio epico spostare una mandria di bovini dal Texas al Montana per fondare un nuovo ranch nelle verdeggianti praterie a nord dello Yellowstone dove non è ancora arrivato nessuno. Questa sarebbe già una bellissima storia, ma è solo la principale a cui se ne aggiungono molte altre rendendo impossibile appoggiare il libro.

“Quando la mandria e la squadra della Hat Creek abbandonarono l’arida pianura del Wyoming per addentrarsi a poco a poco nel Montana, ebbero tutti l’impressione di lasciarsi alle spalle non solo il caldo e la siccità, ma anche la bruttezza e i pericoli. Invece di essere gessose e coperte di artemisia, le pianure erano coperte d’erba alta e punteggiate di fiori gialli. Le ondulazioni del terreno si allungarono, i riflessi del caldo che avevano avuto negli occhi per tutta l’estate lasciarono il posto all’aria fresca, pungente del mattino e fredda della sera. Cavalcarono per giorni di fianco ai Monti Bighorn, le cui cime sparivano a volte tra le nuvole.
La freschezza dell’aria parve migliorare la vista degli uomini, che si misero a congetturare su quante miglia riuscivano a vedere. Le pianure si stendevano verso nord a perdita d’occhia. Avvistarono molta selvaggina, soprattutto cervi e antilocapre. Una volta videro una grossa mandria di alci e due volte un piccolo branco di bisonti. Non videro altri orsi, ma ci pensavano spesso.
I cowboy vivevano da mesi sotto l’immensa cupola del cielo, eppure il cielo del Montana sembrava più profondo di quello del Texas e del Nebraska. Era così profondo e così azzurro da privare perfino il sole della sua ferocia: appariva più piccolo, in quella vastità, e a mezzogiorno il cielo non diventava mai tutto bianco come aveva fatto più a sud. A nord restava sempre una fascia azzurra, dove nubi bianche galleggiavano come petali in uno stagno.”

Qualsiasi aspetto del western che vi viene in mente in questo libro c’è ed è tutto amalgamato alla perfezione: ranger, ranch, cowboys, mandrie, sceriffi, ladri di cavalli, saloon, indiani, esercito, cercatori d’oro, cacciatori di pellicce, prostitute.

Protagonisti principali sono Gus e Call due Texas Ranger “in pensione” che gestiscono la Hat Creek un ranch/rivendita di bestiame a Lonesome Dove in Texas sul confine con il Messico. Alla base c’è la storia di amicizia e lealtà tra questi due uomini che non potrebbero essere più diversi ma che assieme si completano meravigliosamente e che rappresentano anche la famiglia l’uno dell’altro. Gus sembra fuori luogo nel west, scrive in latino, adora tutti i piaceri della vita e si prende cura di sé, è un gran chiacchierone, giocatore incallito e grandissimo amatore, ma come il suo socio è molto coraggioso e affidabile. Call è l’esatto opposto, burbero, taciturno, infaticabile lavoratore, si ferma solo quando strettamente necessario e i piaceri della vita praticamente non sa cosa sono. Con loro alla Hat Creek ci sono Pea Eye un vecchio compagno nei ranger, il Deets un ex schiavo collaboratore di Call (tra loro c’è un rapporto di reciproca fiducia perché consci del valore dell’altro, non si può parlare davvero di amicizia per le differenze di estrazione sociale diciamo ma è qualcosa che si avvicina molto) e il giovane Newt che aspira a diventare un cowboy e il cuoco messicano Bolivar. La vita procede come sempre quando un giorno arriva Jack Spoon un loro compagno e amico nei ranger che lancia un’idea: traferirsi con una mandria nel Montana e fondare un ranch dove nessuno l’ha ancora fatto. E (inaspettatamente) l’idea prende piede, gli uomini della Hat Creek si organizzano e si parte (la faccio facile, ma non è affatto così già la preparazione è un susseguirsi di avventure).

Ma come detto questa è solo la storia principale (che già di per sé non è poco) ma si affiancano nel corso della narrazione altre storie e altri personaggi, man mano che leggiamo scopriamo e conosciamo meglio tutti i personaggi e il loro vissuto, ad esempio quello di Lorena la ragazza del saloon, ma anche la storia di Newt che viene cresciuto quasi come un figlio da Call e Gus, e poi Spoon che si rivelerà essere un soggetto diverso dagli amici. Ci sono poi le storie dell’indiano Blue Duck e dello sceriffo July Johnson. E poi Clara Allen, una vecchia amica di Gus che gestisce una rivendita di cavalli nel Nebraska e sarà punto di riferimento per i nostri eroi.  

Va detto che Lonesome Dove è ambientato nel west, è sicuramente un romanzo western ma non solo questo è anche molto altro, troviamo amicizia, lealtà, avventura, giustizia, amore, Storia e anche una sorta di autocritica verso il sistema su cui si reggeva il west, l’avvento dei bianchi, la colonizzazione dei territori indiani, la troviamo molto nelle parole di Gus.

“Quando si alzarono, Tobe riprese diligente il suo giro di ronda. Augustus attaccò i muli nuovi al carro nuovo. Le strade di San Antonio erano deserte e silenziose. La luna era alta e un paio di capre randagie sfregavano il muso contro le mura del vecchio Alamo, in cerca di un ciuffo d’erba. Quando erano arrivati nel Texas negli anni Quaranta, la gente non parlava d’altro che di Travis e dei prodi che avevano perso la battaglia, ma adesso la battaglia era stata dimenticata e l’edificio abbandonato.
-Call, si sono dimenticati di noi, come dell’Alamo – disse Augustus.
-Perché non dovrebbero? Non siamo rimasti qui.
-Non è per quello, è perché non siamo morti. Travis ha perso la battaglia e finirà nei libri di storia, quando qualcuno scriverà di questo posto. Se un migliaio di Comanche ci avesse intrappolato in una valle e sterminato tutti, come hanno appena fatto i Sioux con Custer, avrebbero composto canzoni su di noi per cent’anni.
A Call parve un’osservazione sciocca. – Non ci sono mai stati mille Comanche in un posto solo. Se c’erano, prendevano Washngton DC
Ma più Augustus pensava agli insulti che avevano ricevuto nel saloon – un saloon dove in passato erano stati accolti come eroi – più s’indispettiva.
- Avrei dovuto dare un paio di botte in testa a quello sbarbatello di Mobile.
-Era solo spaventato. Sono sicuro che Tobe gli farà la predica la prossima volta che lo vede.
-Non è quello il punto, Woodrow. Non afferri mail il punto.
-E qual è, maledizione?
-Se viviamo altri vent’anni, saremo noi gli indiani. A giudicare da come si sta popolando questo posto, tra poco ci saranno solo chiese e mercerie. E prima che non ce ne rendiamo conto, raduneranno noi vecchi turbolenti e ci rinchiuderanno in una riserva perché le signore non si spaventino.
-Mi sembra improbabile.
-È maledettamente probabile, invece. Se trovo una squaw che mi piace, me la sposo. Se devo essere trattato come un indiano, tanto vale che mi comporti come tale. Abbiamo passato i nostri anni migliori a combattere dalla parte sbagliata.
Call non voleva discutere di simili sciocchezze. Avevano quasi raggiunto i margini della città e passarono accanto ad alcuni tuguri di adobe dove vivevano i messicani più poveri. In uno di loro piangeva un bambino. Call era sollevato all’idea di andarsene. Quando Gus era così riottoso, poteva succedere di tutto. In campagna, se si fosse arrabbiato e avesse sparato a qualcosa, avrebbe sparato a un serpente, non a un barista incivile.
-Non abbiamo combattuto dalla parte sbagliata. Il miracolo è che tu sia rimasto così a lungo dalla parte giusta della legge. Jake è troppo vigliacco per essere un gran fuorilegge, ma tu non lo sei.
-Non è detto che non lo diventi. Sempre meglio che catturare gli ubriaconi per vivere, come Tobe Walker. Che diavolo, si è quasi messo a piangere dalla voglia di venire con noi, quando siamo partiti. Tobe era veloce una volta e, guardalo adesso, è grasso come un castoro.
-È vero che è ingrassato, ma Tobe è sempre stato robusto – disse Call. Su un punto, però Gus aveva probabilmente ragione. Tobe aveva lo sguardo molto triste quando se n’erano andati.” 

Quella di McMurtry è una scrittura magnetica, essenziale e lineare ma al tempo stesso molto descrittiva che immerge il lettore nel contesto, nel paesaggio e nei personaggi, è anche molto realistica e cruda, non mancano momenti drammatici - McMurtry non è clemente con i propri personaggi (cosa in realtà che rende la storia ancor più veritiera, perché la vita – purtroppo – non è una favola) quindi se siete sensibili (leggasi piagnoni come me) preparate i fazzoletti perché le lacrime non mancano. E poi c’è tantissima introspezione, analisi dell’animo umano e il materiale (i personaggi) non manca.

Lonesome Dove è stato pubblicato nel 1985 (ha vinto il premio Pulitzer l’anno successivo) e nel corso dei decenni successivi Mc Murtry ci racconta altre avventure di Gus e Call con dei prequel e dei sequel che francamente non vedo l’ora di leggere (Per le strade di Laredo (sequel), Il cammino del morto e Luna Comanche (prequel)).

 

Fatemi sapere nei commenti se lo avete letto, se conoscete Call e Gus.


venerdì 17 gennaio 2025

IL COMMESSO di BERNARD MALAMUD

TITOLO: Il commesso 
AUTORE: Bernard Malamud         traduzione di: Giancarlo Buzzi
EDITORE: Minimum Fax
PAGINE: 327
PREZZO: € 12
GENERE: letteratura americana
LUOGHI VISITATI: New York fine anni '50




Un libro che mi è piaciuto molto e di cui mi risulta molto difficile parlare, mi capita con i libri che mi piacciono tanto talmente tanto da non trovare le parole.

Pubblicato nel 1957 ha un ambientazione coeva che oggi direi vintage: una New York d’altri tempi dove un panino costa 3 centesimi.

La storia è quella di un negoziante ebreo, Morris Bober e del suo negozio di alimentari a Brooklyn. Il negozio è l’unica ragione di vita di Morris ma anche ciò che gli ha rubato la giovinezza, che gli sta succhiando tutte le energie e in definitiva la vita (praticamente Morris è “sepolto” dentro al suo negozio da quarant’anni, esce raramente e mai dal quartiere) e nonostante il grandissimo impegno, tiene aperto dalle sei del mattino alle dieci di sera, il negozio non dà ai Bober abbastanza per tirare avanti e devono integrare con il magro stipendio della figlia Helen. Ci sarebbero tante cose da fare, da migliorare per stare al passo con i tempi e la concorrenza ma non ci sono i soldi, il negozio è lo stesso da decenni, ormai è fatiscente e i clienti sempre più scarsi, anche i più fedeli si rivolgono alla concorrenza. Uno dei problemi è proprio la presenza di nuovi supermercati nel quartiere, supermercati moderni e attrezzati che inoltre sono gestiti da “gentili”. I Bober sono ebrei ma vivono in un quartiere “normale” (cioè non ebraico o a maggioranza ebraica) e la loro appartenenza razziale è motivo di discrimine.

Abbiamo una narrazione lenta, tutto è incentrato sul negozio che è praticamente anche, salvo pochissime eccezioni, l’unico luogo dove vediamo i personaggi, dove si svolge “l’azione”. È un libro molto statico e molto introspettivo: Malamud scandaglia approfonditamente l’animo dei personaggi, ci racconta quello che dicono e quello che fanno ma anche e soprattutto i loro pensieri, sentimenti, paure, timori e le loro aspirazioni. Malamud appartiene al filone della narrativa ebraico-americana come Philip Roth e come Saul Bellow (per citare i più famosi), ho letto che è considerato il padre letterario di Roth (anche se quest’ultimo si discosta per essere molto più diretto e pungente). 

Voglio spendere due parole sui personaggi che sono il fulcro principale della narrazione che come detto sopra non è di azioni ma di introspezioni.

C’è la famiglia Bober composta da Morris, la moglie Ida e la figlia Helen, sono ebrei osservanti e per loro l’appartenenza religiosa è molto importante, non accetterebbero mai un matrimonio misto per la figlia.

Helen ha le idee chiare, è pratica e pragmatica, forse un po’ troppo idealista e per questo si è fatta terra bruciata intorno, è terribilmente sola l’unica compagnia le viene dai libri e dalla lettura. Non che sia priva di ammiratori, è anche una bella ragazza e nello stesso quartiere vivono altre due famiglie ebree in entrambe ci sarebbe un possibile pretendente, una ragazzo interessato ma lei vuole qualcosa di diverso, sogna e vuole una vita con determinate caratteristiche e non accetta compressi.

Il personaggio di Morris è pazzesco, è l’onesta fatta persona, non ruberebbe un grammo mentre gli altri non si fanno scrupoli a derubarlo e ingannarlo. È un sessantacinquenne ebreo emigrato dalla Russia zarista che cerca di realizzare il sogno americano con il suo negozio di alimentari a Brooklyn. È un uomo buono e onesto, che però si scontra con la dura realtà della vita, le perdite, la vecchiaia, la malattia e soprattutto il progresso.

“«Perché ho sgobbato tanto? Dov’è, dov’è finita la mia giovinezza?»
Gli anni erano passati spietatamente, senza profitto. Ma di chi era la colpa? Quello che non gli aveva fatto il destino se l’era fatto da sé. Bastava soltanto scegliere la strada giusta e lui invece aveva scelto quella sbagliata. Anche quando era giusta, si rivelava sbagliata. Per capirne il motivo bisognava possedere un’istruzione che lui non aveva. Tutto ciò che sapeva era che voleva qualcosa di meglio, ma in tutti questi anni non era mai riuscito a trovare il sistema per ottenerlo. La fortuna era un dono. Karp ce l’aveva, e anche qualche suo vecchio amico, individui ricchi che ormai erano nonni, mentre la sua povera figliuola, fatta sua immagine, rischiava – se pure non se lo poneva come obiettivo -  di restare zitella. La vita era ben povera cosa e il mondo cambiava in peggio. L’America era diventata troppo complicata e un uomo non contava più nulla. Troppi negozi, troppe depressioni, troppe ansie. Cosa aveva voluto fuggire, venendo qui?” pag 276 e 277

Infine il “commesso” del titolo Frank Alpine: un giovane di origini italiane, senza fissa dimora, un piccolo delinquente con un burrascoso passato alle spalle con la spola tra orfanatrofi e famiglie affidatarie poco amorevoli. Un ragazzo cresciuto da solo e per strada che ha sempre potuto contare solo su stesso. A un certo punto (anche per delle ragioni che si scoprono nel libro) decide di redimersi, di impegnarsi a diventare una persona migliore e come fa? Facendo il garzone per i Bober, in realtà praticamente imponendosi come garzone, il suo aiuto è molto prezioso i Bober ormai sono vecchi. Alla ragione iniziale se ne aggiungerà un’altra, io direi piuttosto scontata, un infatuazione, un interesse per Helen. (Dico scontata perché abbiamo vicino due ragazzi dannatamente soli e bisognosi di comprensione).

Voglio leggere altro di Malamud a me è piaciuto molto. Fatemi sapere nei commenti se lo conoscete e cosa mi consigliate.