domenica 25 ottobre 2020

HO PAURA TORERO DI PEDRO LEMEBEL

TITOLO: Ho paura torero
AUTORE: Pedro Lemebel - traduzione di M.L. Cortaldo e Giuseppe Mainolfi
EDITORE: Marcos y Marcos
PAGINE: 202
PREZZO: € 16,00
GENERE: letteratura cilena
LUOGHI VISITATI: Santiago del Cile anno 1986 

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Irriverente, politicamente scorretto, sarcastico e divertente.

La narrazione alterna le vicende dalle Fata e Carlos con quelle del dittatore Augusto Pinochet.

Da un lato abbiamo la storia d’amore tra la Fata dell’Angolo e Carlos, lei una “checca” che passa la vita sognando, un animo nobile e dolce che si guadagna da vivere ricamando per le ricche signore, lui un giovane del Fronte Patriottico Manuel Rodrìguez, giovane, bellissimo e politicamente impegnato nella lotta contro il dittatore Pinochet.

“… e tornava a pensare che lui era così giovane, e lei così vecchia, lui così bello e le così spelacchiata dagli anni. Lui un ragazzino così sottilmente virile, e lei frocia persa, tanto checca che perfino l’aria intorno a lei sapeva di finocchio fermentato. E che poteva farci se lui la riduceva in fin di vita, come carta velina impregnata dell’umidità del suo alito? E che poteva farci, se nella sua vita aveva sempre brillato il proibito, nella passione imbavagliata dell’impossibile?”

Dall’altro scorci di vita privata del dittatore Augusto Pinochet con ricostruzioni della sua infanzia e dell’incontro con la moglie. Non so dire quanto la ricostruzione della vita privata del dittatore sia veritiera e plausibile ma è molto divertente: troviamo un Pinochet intransigente e amante delle marcie musicali alle prese con la moglie Lady Lucy assolutamente logorroica, che passa il tempo a parlare e parlare di moda, stile e dei preziosi consigli del suo consulente d’immagine Gonzalo, e con tutto questo stressa ed esaspera il marito. 

Lemebel unisce sapientemente la tenerezza e la dolcezza infinita della storia d’amore con erotismo e ‘volgarità’ da un lato e la crudezza ed efferatezza del regime con la logorroica First Lady che rende tutto più frivolo.

 

Lo sfondo è la città di Santiago, deturpata e imbruttita dagli scontri continui.

“La primavera era arrivata a Santiago come tutti gli anni, però questa si portava dietro i colori vibranti che imbrattavano i muri con graffiti brutali, slogan di libertà, mobilitazioni sindacali e marce studentesche disperse con i cannoni ad acqua. I ragazzi dell’università resistevano a pietrate agli schizzi fangosi degli sbirri. E caricavano senza sosta conquistando la strada con le fiamme rabbiose delle molotov. Con un’improvvisa esplosione tagliavano la luce e tutti correvano a comprar candele, a raccogliere candele e ancora candele per incendiare le strade e i marciapiedi, per disseminare di braci la memoria, per frantumare l’oblio con le scintille. Come se la coda di una cometa si abbassasse fino a sfiorare la terra in omaggio a tanti desaparecidos.” 

“Di nuovo nell’Alameda con i suoi edifici grigi affumicati dallo smog, di nuovo in centro con il suo brulichio di gente, e di nuovo il Mapocho, con l’odore di pesce fritto e i fruttivendoli in maniche di camicia, che se ne stavano in panciolle, assaporando quella vivace solarità. Nonostante tutto era la sua Santiago, la sua città, la sua gente, che si dibatteva tra gli abusi di una dittatura dura a morire e gli striscioni tricolori che fluttuavano nell’aria settembrina.”

Due le tematiche principali il mondo omosessuale della capitale cilena e il regime dittatoriale con la lotta armata e le manifestazioni dei familiari dei desaparecidos.

“Gli sbirri di qui e i terroristi di là, quel Fronte patriottico non so cosa, e tutte le pene di quella povera gente a cui avevano ammazzato un familiare. Immancabilmente, quell’argomento riusciva a commuoverla, quando ascoltava le testimonianze radiofoniche ricamando lenzuola per la gente ricca, con rose senza spine.
Le spezzavano il cuore i singhiozzi di quelle signore che frugavano tra le pietre, bagnate fradice sotto i getti del cannone ad acqua, che chiedevano dei loro cari, che bussavano a porte di metallo che non si aprivano, respinte da un fiotto d’acqua davanti al Ministero della giustizia, aggrappate ai pali, con le calze rotte, tutte spettinate, con le mani strette al petto per non farsi strappare da quell’acqua scura la foto attaccata vicino al cuore.” 

Tutta la vicenda si svolge a tra la primavera e l’autunno del 1986 devo ammettere la mia ignoranza, pensavo che il regime di Pinochet fosse finito prima invece ho appreso che da fine anni ’80 il Cile ha iniziato un lento processo di democratizzazione ma il dittatore è rimasto senatore a vita fino alla sua morte avvenuta nel 2006 e rimanendo praticamente imputino per i crimini commessi. Quella dei regimi dittatoriali del sud America è una pagina di Storia molto interessante che però ignoro.

La narrazione è scorrevole e avvincente, con un ritmo incalzante e serrato che tiene il lettore incollato alle pagine creando una sorta di suspance; la particolarità è che i dialoghi non sono segnalati da segni di punteggiatura.

Il linguaggio è lirico, a tratti poetico, caratteristica questa resa anche grazie alla Fata che spesso si esprime quasi in rima, la narrazione è molto descrittiva.

La Fata è un personaggio davvero fantastico, dolce, innamorata, cita vecchie canzoni d’amore e le canticchia in continuazione, disposta a tutto (a rischiare tutto, anche la vita) per amore, fingendo di essere ‘stupida’ di non capire, facendo anche la civetta dove possibile per uscire da situazioni di pericolo.

“Sono una vecchia pazza, si disse, sentendosi effimera come una goccia d’acqua nel palmo della sua mano. E Carlos lo sa, anzi, gli piace che sia così. In questa casa si sente cullato, si lascia amare. Niente di più, non c’è altro. Il resto erano solo film inventati da lei, follie da frocio innamorato. E cosa ci poteva fare, se quel ragazzo la tirava scema, con i suoi modi gentili e la sua cultura universitaria. Così ripaga il favore che gli faccio con quelle casse. Con il suo tono affettuoso mi paga l’affitto della mansarda dove si riuniscono i suoi compari. E come se avesse bisogno di conferme, quando gli aprì la porta, Carlos entrò troppo entusiasta, lodando la sua camicia, dicendo come ti trovo bene oggi. Cosa hai fatto? il complimento lo accolse come un mazzo di orchidee, che si seccò tra le mani quando Carlos aggiunse: Sai, questa notte vogliamo riunirci in soffitta. Se per te non è un problema. Perché era così compìto con lei se sapeva che avrebbe detto di sì? Perché insisteva con quella cortesia da gentiluomo all’antica? Come se la considerasse tanto anziana, da trattare con rispetto e rispetto e ancora rispetto. Quando l’unica cosa che lei voleva era che lui le mancasse di quel famoso rispetto. Che le saltasse addosso soffocandola con il suo tanfo da maschio in calore. Che le strappasse i vestiti, spogliandola, lasciandola nuda come una vergine abusata.”

Pedro Lemebel è un riferimento per la letteratura omosessuale e trae ispirazione per le sue opere anche dalla sua vita privata. Oltre che scrittore è stato anche performer e attivista, a partire dagli anni ’80 fa parte di un laboratorio letterario e scrive molte ‘cronache’, tutta la sua opera è incentrata su temi fondamentali come desaparecidos, diritti umani, libertà sessuale e opposizione alla dittatura. Tutti temi che si trovano anche in questo romanzo, penso l’unico che abbia scritto; le altre opere che troviamo come “Parlami d’amore” “Baciami ancora, forestiero” (editi Marcos y Marcos) e “Di perle e cicatrici” (edito Edicola Ediciones) sono raccolte delle sue ‘cronache’ dei suoi racconti e aneddoti scritti per progetti radiofonici o artistici e per le sue performance.

Emerge tutto il suo amore per il Cile, per Santiago e per la vita. Leggendo le quarte di copertina degli altri suoi volumi pubblicati mi sono convinta che nella Fata ci sia molto di Pedro Lemebel, che la Fata sia un riflesso dello scrittore e di tante sue esperienze di vita ma magari è solo una mia sensazione.

Conoscete Lemebel?

Io lo consiglio assolutamente.

 

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